venerdì 29 ottobre 2010

Cultura: quando i giornali sono peggio del governo

In un articolo apparso su Repubblica si accusa il governo italiano di aver tagliato di oltre il 50% i fondi della Società Dante Alighieri.
La "Dante" ha, fin dalla sua fondazione oltre cento anni fa, il compito di promuovere la cultura e la lingua italiana nel mondo e conta oltre 400 sedi all'estero.
A leggere l'articolo di Repubblica si è portati a pensare che l'Italia abbia fatto un altro degli ormai innumerevoli autogol: il governo taglia i finaziamenti e mette a disposizione della Dante 600 mila euro, contro i 220 milioni che spende il Regno Unito per il British Council e i 218 che investe la Germania nei Goethe Institute.
Un "Armuszeugnis", come si dice da queste parti. Se non fosse per qualche piccolo particolare che Zunnino, autore dell'articolo, tralascia:

  • Il governo italiano è l'unico che, per la promozione dell'italianità nel mondo, finanzia sia una società privata come la Dante (una Onlus, ma pur sempre una società privata), sia gli istituti di cultura. Non ho dati sui finanziamenti agli istituti di cultura, ma facendo due conti della serva la cifra deve essere sicuramente di qualche decina di milioni di euro.
  • In un periodo di casse vuote sarebbe necessario non tanto guardare alla quantità dei finanziamenti, ma alla qualità del prodotto. La Dante opera spesso in modo assolutamente autonomo nei suoi comitati locali, offrendo a volte programmi culturali che lasciano interdetti, slegati dalla storia, dal mondo, dall'attualità. Spesso il lavoro della Dante viene svolto senza accordi con gli istituti di cultura presenti sul territorio, quando non (capita) contro gli istituti stessi. I corsi di lingua e la metodologia di insegnamento della Dante, con la certificazione PLIDA, non appartengono certo all'avanguardia dell'eccellenza didattica in fatto di insegnamento dell'italiano come lingua seconda o lingua straniera.
  • Gli istituti di Cultura sono da sempre innanzitutto poltrone da distribuire e la tendenza degli ultimi anni è, se possibile, al peggioramento. Da una parte strutture fatiscenti che ingoiano gran parte del budget, dall'altra frequente e assoluta incapacità manageriale dei direttori (per alcuni dei quali scrivere una mail è già un'opera di alta ingegneria). Esiste da tempo una pagina del ministero che elenca le attività degli istituti di cultura nel mondo: una pagina che si è trasformata in un'autocertificazione di incompetenza: una mezza perla opaca ogni tanto, per il resto una lunghissima fila di mostre di signor nessuno e di proiezioni di film. La settimana della lingua italiana nel mondo, lodevolissima iniziativa di Francesco-Santo-Subito-Sabatini, è un'accozzaglia di buona volontà (spesso, ma non sempre), improvvisazione, menefreghismo, nepotismo, dilettantismo organizzativo da corrida e, certo, finanziamento inadeguato (eufemismo per "inesistente").
  • Non c'è trasparenza nei concorsi per i posti agli Istituti, non si tiene conto delle effettive competenze dei candidati (cosa ci fa Patrizia Raveggi, esperta di ex-Jugoslavia, al Cairo?), non si cercano sinergie tra le istituzioni presenti a livello nazionale (piuttosto che mettersi d'accordo tra loro per organizzare quattro o cinque incontri con un Umberto Eco nei principali centri del Paese, certi istituti sono capaci di far venire un Umberto Eco quattro o cinque volte dall'Italia). 

È apprezzabile quindi l'articolo di Repubblica, che vuol porre l'attenzione su un problema importante, ma c'era da augurarsi un'esposizione dei fatti più informata, precisa e interessata. La notizia a mio parere non sono i soli 600 mila euro che l'Italia investirebbe nella sua politica culturale all'estero, ma i 600 mila euro messi a finanziare una politica culturale all'estero che l'Italia, semplicemente, non ha.
Che i finanziamenti siano stati tagliati è triste; che continuino ad essere sperperati è scandaloso.

giovedì 28 ottobre 2010

Alla ricerca del tempo perduto

Sono colpevolmente assente da queste pagine da tempo, e tempo che trovo il tempo di prendermi tempo per scrivere qualcosa i temi di cui volevo parlare sono già passati di moda. Insomma: non è più tempo!

E mentre continuo a cercare 'sto benedetto tempo vi lascio quest'analisi impietosa dell'Italia pubblicata da Peter Schneider sulla Frankfurter Rundschau. Niente di nuovo sotto il sole, anche se mi preoccupa un po' che anche un profondo conoscitore dell'Italia come Schneider si abbandoni ad un giudizio a mio parere un po' superficiale (Berlusconi è la causa unica di tutti i mali dell'Italia).

mercoledì 15 settembre 2010

Tabù e "politically incorrect"

Beda Romano spiega bene questi segni di cambiamento che i casi Steinbach e Sarrazin hanno messo in moto.
Appena ho tempo ci ritorno sopra anch'io (nel caso interessi a qualcuno).

domenica 18 luglio 2010

Magic Italy: magie delle traduzioni

Ho letto in rete di alcuni strafalcioni nelle traduzioni inglese e francese del sito italia.it e così sono andato a dare una sbirciatina anche a quella tedesca. Ecco alcuni begli esemplari della galleria degli orrori:

Logo di Magic Italy
  • si comincia piano, con "Erlebe Italien": uso dell'imperativo informale dove il tedesco metterebbe la forma di cortesia o userebbe "Italien erleben";
  • si continua poi con "Reisetips": ortografia di prima della riforma. Da anni si deve scrivere "Reisetipps";
  • Sotto "Reise organisieren" i titoletti delle sottosezioni contengono una marea di sostantivi scritti con la minuscola (Per schiff, Im bus...)
  • Sotto "Erlebe Italien", dopo aver scelto una regione, si trovano le quattro sezioni "Beschreibung" (e fin qui tutto ok) e poi "was sehen", "was machen" e "was probieren", traduzioni tanto letterali quanto maccheroniche del testo italiano che fanno pensare alla lingua dei nostri immigrati con la valigia di cartone.

Ho poi controllato l'Emilia Romagna, la mia regione, e devo dire che spero che nessun tedesco capiti su queste pagine, perché si fa quasi prima a contare le parole giuste piuttosto che quelle sbagliate.

Qui un riassunto casuale:

sotto Erlebe Italien > Emilia Romagna > Beschreibung:

  1. nella frase iniziale chi o cosa si estende? In tedesco il soggetto è necessario. Nel testo italiano il soggetto ("questa regione") era presente, nel tedesco dalla prima frase è emigrato nella seconda;
  2. per un non esperto di geografia italica la prima frase è anche alquanto fuorviante, perché si dice che [l'Emilia Romagna] si estende tra il corso del sedere ("Po" in tedesco sono anche le natiche) a nord e le collinette appenniniche a sud (collinette? Cimone e Cusna passano i 2000 metri, caro traduttore...)
  3. le virgole, che in tedesco seguono regole precise come un orologio svizzero, quando sono messe, sono messe a caso (Dieser Kontrast [...] verhilft der Emilia Romagna den Besuchern, wunderschöne Landschaften [...] anzubieten: tra Romagna e "den Besuchern" ci va una virgola, altrimenti non si capisce il senso)
  4. scopro che in Romagna c'è la spiaggia più lunga d'Eurupa (quale sarà invece quella più lunga d'Europa?)
  5. si legge poi un "Der Apennin hingeben", al posto di "der Apennin hingegen"
  6. si può qui passare sopra al fatto che l'espressione "zeigt seine Schönheiten" al plurale è inusuale (quest'espressione viene utilizzata quasi esclusivamente al singolare), ma non al fatto che le bellezze dell'Appennino si possono gustare "forse" (vielleicht) durante una passeggiata, dove il testo italiano ha un ben diverso "magari".

Ma passiamo a quello che c'è da vedere. Allacciate le cinture perché ho trovato cose che voi umani...

Sotto Erlebe Italien > Emilia Romana > Was sehen:

  1. si scopre che alla basilica di San Petronio non solo sono venuti a mancare i soldi per completare la facciata, ma che evidentemente Bologna la ricca e grassa non può permettersi nemmeno le preposizioni: da vedere, infatti, c'è la suddetta basilica mit einer Fassade zur einen Haelfte Marmor und zur anderen Rohling. Cercasi disperatamente un "aus" da preporre a "Marmor", nella speranza che i tedeschi lo capiscano che qui "Rohling" non sta per CD-vergine, ma per lavoro non portato a termine;
  2. si scopre poi che Ferrara è proprietà mondiale dell'Unesco ("Ferrara Unesco-Welteigentum"), insieme ad otto edifici di Ravenna: vittime illustri della cartolarizzazione di Tremonti?
  3. tutta la descrizione di Ferrara è un piccolo capolavoro di orrore grammaticale: Ferrara, zum UNESCO-Welteigentum ernannt, ist ein Beispiel fuer die perfekte Erhaltung der in der Rennaisancezeit entstandenen Werke, welche man in seinen Strassen, Palastfassaden und seinen Kunstwerken sehen kann, was einmal als Kulturhauptstadt bezeichnet wurde. A cosa si riferisce il "was" dell'ultima relativa? Grammaticalmente al "vedere" ecco allora che si viene a sapere che "Ferrara, dichiarata proprietà mondiale dell'Unesco, è un esempio per la perfetta conservazione delle opere sorte nell'età del Rinascimento, che nelle sue strade, nelle facciate dei palazzi e nelle sue opere d'arte si possono vedere, il che una volta è stato dichiarato capitale della cultura";
  4. oltre al fatto che a Ravena ci sono, come detto, otto edifici che appartengono all'Unesco, si scopre, leggendo la traduzione tedesca, che i capolavori di questa città risalgono al XVI secolo in cui Ravenna è anche stata capitale (e si taccia su quel'"indem" al posto di "in dem", già di per sé molto dubbioso). Sant'Apollinare nuovo è quindi una Barockkirche (chiesa Barocca) e il Mausoleo di Teodorico è gotico (sensazione!!!! Il gotico non è nato in Francia nel XII secolo, ma a Ravenna nel VI).

Dopo queste scoperte che rivoluzionano la storia mondiale dell'arte decido di fermarmi. Per oggi non ce la faccio a sopportare di più.

giovedì 1 luglio 2010

Wulff passa. la Linke tira un sospriro di sollievo

La sinistra e il presidente

Ho letto e condivido le interpretazioni di Walking classe di Germanynews sulle elezioni del presidente della repubblica tedesca del 30 giugno 2010.

Non voglio qui dilungarmi ulteriormente sulle due scoppole incassate dalla cancelliera Merkel, di cui si è discusso e parlato anche nella stampa tradizioneale, ma ritornare ad analizzare il comportamento di quell'altra forza politica che, a detta di tutti (e anche a mio parere) esce sconfitta da queste elezioni: die Linke.

Il comportamento tenuto dal partito non mi sembra logicamente spiegabile. Dopo aver rifiutato in maniera categorica di sostenere la candidatuar di Gauck, il partito di estrema sinistra ha votato compatto per la propria candidata, l'ex giornalista Luc Jochimsen, nelle prime due tornate, per poi ritirare la propria candidata e consigliare ai propri membri l'astensione nella terza votazione.

Platzeck, governatore in Brandeburgo a capo di una coalizione tra die Linke e i socialdemocratici, ha detto in un'intervista poco dopo la chiusura della terza votazione (nella fretta non riesco a trovare il video dell'ARD-Brennpunkt con l'iontervista) e prima dello spoglio che la scelta della Linke di ritirare il proprio candidato e dare libertà di voto ai propri delegati consigliando l'astensione era da considerare un passo avanti. Effettivamente dopo aver dichiarato per settimane che non avrebbero mai sostenuto Gauck, non avrebbero potuto certo cambiare idea alla terza votazione senza perdere politicamente la faccia. Nell'analisi da Realpolitiker di Platzek, quindi, questa scelta di Gysi e soci va interpretata come lo sforzo massimo che la direzione dei Linke poteva fare per venire incontro alle forze progressiste dei verdi e dei socialdemocratici.

Ritirando la propria candidata e consigliando l'astensione, però, i dirigenti della Linke si sono esposti ad un rischio enorme: quello di trovarsi, a conti fatti, con il partito spaccato tra quelli che, nello scrutinio segreto, avrebbero potuto appoggiare il male minore (Gauck) e quelli che, per principio, avrebbero rifiutato il compromesso favorendo così il male maggiore (Wulff).

Non so spiegarmi quale sia il calcolo politico che c'è stato dietro questa scelta, che, alla fine, dal punto di vista della Linke ha pagato, perché i delegati si sono astenuti in blocco, ma ha esposto per alcune ore i vertiti della forza parlamentare di estrema sinistra alla possibilità di una scoppola che avrebbe fatto concorrenza alle due incassate da Frau Merkel.

lunedì 7 giugno 2010

Ursula che fu mandata in guerra...

...perché tornasse sconfitta


Non che io creda che possa interessare a qualcuno, ma ve lo dico lo stesso: secondo me dietro al nome di Ursula von der Leyen come papabile per la nomina a nuovo presidente della Repubblica Federale Tedesca c'è lo zampino della Merkel. Da navigata democristiana la cancelliera tedesca sa bene che un nome dato troppo presto in pasto all'opinione pubblica non fa che azzerargli le possibilità di vittoria in elezioni simili.

Orbene, secondo me il nome della ministra del lavoro l'ha messo in circolo volutamente proprio Angela Merkel. Wulff come presidente le dà la possibilità di togliersi di torno l'ultimo dei colonnelli (Koch in Assia dimissionario, Rüttgers che avrà bisogno di tempo per riprendersi dalla scoppola elettorale). E poi ho come il sospetto che sul titolo di prima presidentessa della Repubblica Federale Tedesca abbia già posato le mire Angela Merkel stessa...

lunedì 31 maggio 2010

Perché Köhler se n'è andato

Il passo incriminato


È presto per esprimere giudizi e per capire se il presidente della repubblica tedesca Köhler si è dimesso veramente per la reazione seguita alla sua intervista sull'intervento militare della Germania nei quattro angoli del pianeta oppure se ci sono altri motivi.

Per dare però l'idea ci tengo a tradurre il passo incriminato dell'intervista.

In meiner Einschätzung sind wir insgesamt auf dem Wege, in der Breite der Gesellschaft zu verstehen, dass ein Land unserer Größe, mit dieser Außenhandelsabhängigkeit, auch wissen muss, dass im Zweifel, im Notfall auch militärischer Einsatz notwendig ist, um unsere Interessen zu wahren - zum Beispiel freie Handelswege, zum Beispiel ganze regionale Instabilitäten zu verhindern, die mit Sicherheit dann auch negativ auf unsere Chancen zurückschlagen, bei uns durch Handel Arbeitsplätze und Einkommen zu sichern. Alles das soll diskutiert werden - und ich glaube, wir sind auf einem nicht so schlechten Weg.

Quella che segue è la traduzione, fedele nel senso, ma abbastanza libera nella sintassi e nell'idiomatica per rendere leggibile un passaggio non proprio lineare:

[Per me siamo sul punto di capire, negli strati più ampi della nostra società, che un Paese della nostra grandezza, di fronte a questa interdipendenza nel commercio estero, deve anche sapere che nel dubbio, nella necessità anche un'impegno militare è necessario per difendere i nostri interessi - ad esempio la libertà delle rotte commerciali, ad esempio impedendo l'instabilità di intere regioni, fatti che sicuramente hanno un impatto negativo sulle nostre possibilità di assicurare qui da noi, attraverso il commercio, posti di lavoro e stipendi. Tutto va discusso - e io credo che siamo ad un punto che non è poi così malvagio.]


E intanto si sono aperti i giochi per le nuove elezioni. Io un'idea su chi potrebbe essere il prossimo presidente ce l'avrei. Chissà se, con sei anni di ritardo, questa volta ce la fa...

giovedì 6 maggio 2010

Debiti

Nel talk show "Hart aber fair" l'eurodeputata liberale Silvana Koch-Mehrin, alla richiesta del presentatore di provare ad indovinare di quanto è cresciuto il debito della Germania durante i 75 minuti della trasmissione risponde: 6000 Euro. Come si dice in tedesco: "Knapp daneben" ...

martedì 4 maggio 2010

Aiuti tedeschi alla Grecia

Il viaggio infinito da una tasca all'altra (degli stessi pantaloni)

Dunque ricapitoliamo:

  • alla fine della seconda guerra mondiale con i soldi del piano Marshall nasce la KfW (Kreditanstalt für den Wiederaufbau), l'istituto di credito oggi di proprietà statale (4/5 di capitale in mano allo stato federale, 1/5 agli stati federati);
  • nel 2008 la Commerzbank si accorda con la Allianz (Assicurazioni) per l'acquisto a gennaio 2009 della Dresdner Bank;
  • quattro giorni prima di diventare padrona del 100% della Dresdner Bank, il 25% più un'azione della Commerzbank devono passare, attraverso un fondo speciale, alla Repubblica Federale Tedesca. La Commerzbank, altrimenti, sarebbe sparita;
  • nell'ottobre del 2009, in seguito alla crisi economica mondiale, la Repubblica Federale Tedesca, con apposita legge, statalizza la HRE (Hypo Real Estate), una banca che aveva giocato troppo allegramente con certificati e prodotti finanziari costruiti sul nulla;
  • anche alcune banche di proprietà dei Länder si ritrovano in grande difficoltà per falsi investimenti. La banca del Baden-Württemberg (LBBW) e la banca della Baviera (BayernLB) si vedono costrette a ricorrere ad aiuti pubblici per non fallire;
  • all'inizio del 2010 si comincia a parlare di problemi di rifinanziamento del debito per i PIIGS, con particolare attenzione alla Grecia;
  • Sempre all'inizio del 2010 si scopre che alcune banche tedesche sono particolarmente esposte nei confronti della Grecia. Gli istituti più esposti sono la Hypo Real Estate (circa 9,5 miliardi di Euro) e la Commerzbank (4,5 miliardi). A queste si aggiungono le esposizioni di alcune banche dei Länder, tra cui la LBBW (quasi 3 miliardi) e la BayernLB (quasi 2 miliardi);
  • all'inizio di maggio del 2010 la Repubblica Federale Tedesca decide, con legge apposita, che la KfW presterà alla Grecia, in pericolo di insolvenza, quasi 23 miliardi di Euro.
  • Quindi, se ho capito bene, la Grecia deve dei soldi alle banche tedesche di proprietà della Germania, ma non può pagare, quindi la Germania, attraverso un'altra sua banca, presta soldi alla Grecia così questa potrà restituire alle banche tedesche statalizzate i soldi che queste, a loro volta, devono restituire allo stato tedesco.

    Insomma, come se in una famiglia il padre desse alla madre dei soldi perché lei li passi al figlio maggiore così che quest'ultimo li possa girare al figlio minore che, finalmente, potrà saldare il suo debito con il padre.

    venerdì 16 aprile 2010

    Berlino-Palermo: viaggio tra gli stereotipi

    Vi segnalo questa belle iniziativa: per far luce sui (veri o presunti) pregiudizi tra italiani e tedeschi, il Goethe Institut manda in viaggio da Berlino a Palermo due giornalisti, un italiano e un tedesco, che per otto giorni cercheranno di spiegare l'uno all'altro l'essenza del carattere della propria nazione.
    I giornalisti sono Beppe Severgnini (Corriere della sera) per l'Italia e Mark Spörrle (Die Zeit) per la Germania.

    Se volete seguire il viaggio ecco alcuni link:

    Blog ufficiale
    Blog sul Corriere
    Video



    giovedì 18 febbraio 2010

    Capitali di ritorno

    Il CD che causò una valanga

    Come si diceva in un precedente post, ci sono alcuni individui che asseriscono di essere in possesso di dati comprovanti l'evasione fiscale di parecchi tedeschi. I Länder tedeschi, consapevoli che l'acquisto di tali dati forse non sarebbe illegale, ma certo non gli farebbe conquistare punti-simpatia, hanno deciso di lasciarsi del tempo. Il risultato è ora sotto gli occhi di tutti: nel giro di neanche due settimane quasi 2000 evasori fiscali, di cui molti con somme a sei zeri, si sono autodenunciati per poter godere dei benefici di legge.

    lunedì 1 febbraio 2010

    Machiavelli ai quattro cantoni

    Si può commettere un reato per punire un reato?

    In questi giorni qui si parla molto di un cd. È forse il cd più caro del mondo, in quanto la persona che lo possiede lo mette in vendita per 2,5 milioni di euro. E la Germania vorrebbe comprarlo, perché potrebbe valerne oltre 100 di milioni. Si tratta di una serie di dati rubati ad una banca svizzera, la HSBC, che servirebbero ad incastrare alcune decine di abbienti teutoni che hanno portato nelle cassaforti elvetiche parecchi milioni di euro, sottraendoli, così, al fisco tedesco.

    Un'operazione simile era stata condotta dal ministero delle finanze tedesco oltre due anni fa con dati rubati in Lichtenstein e aveva portato ad una serie di processi importanti per evasione fiscale, che avevano coinvolto anche nomi di spicco come quello dell'ex capo delle Poste, Zumwinkel.

    Ora si ripresenta l'occasione e con essa il dibattito: può uno Stato di diritto fare affari con un criminale (chi ha rubato i dati della banca) per combattere un crimine (l'evasione fiscale)? Partiti e politici divisi, popolo abbastanza compatto: la stragrande maggioranza di leali contribuenti è d'accordo con l'acquisto.

    Contraria, naturalmente, la Svizzera, per cui la sicurezza del segreto delle sue banche corrisponde alla sicurezza nazionale. Il governo elvetico chiede anzi alla Germania di arrestare e consegnare la persona che ha commesso il reato perché possa essere processata in Svizzera.

    Io sono d'accordo con gli svizzeri: la Germania arresti questo simpatico impiegato di banca che fa commercio di stringhe di dati e lo consegni alla Svizzera. Ha infranto la legge nel proprio Paese e per questo è giusto che venga punito secondo quella stessa legge. Però...
    Però la Germania pretenda lo stesso comportamento dalla Svizzera: chieda l'arresto e la consegna dei cittadini tedeschi che hanno evaso le tasse: hanno infranto la legge del loro Paese e per questo è giusto che vengano puniti secondo quella stessa legge.

    martedì 26 gennaio 2010

    A vei of drasticalli limit...

    Qui spopola un video, in questi giorni, che mostra che Westerwelle, accusato di sapere poco e male l'inglese, in confronto a Öttinger, ex presidente del Baden-Württemberg e ora nuovo commissario europeo, in realtà è quasi bilingue...


    martedì 1 dicembre 2009

    Intervista a Riccardo Ehrman

    Non sono le domande, ma le risposte che cambiano il mondo...


    A vent'anni dalla caduta del muro sono sempre più convinto che la testimonianza sia il modo migliore per far nascere in chi non c'era la voglia di conoscere il passato.


    L'idea parte per tempo: dopo un paio di telefonate e qualche mail riusciamo a recuperare il contatto di Riccardo Ehrman, un signore che nel suo piccolo è famoso per essere arrivato in ritardo (di pochi minuti, come sottolinea lui) e per aver dato a Günter Schabowski l'imboccata giusta.


    Conferenza stampa della SED del 9 novembre 1989 - Annuncio della caduta del muro di Berlino


    Vent'anni dopo riunione veloce in redazione. Propongo un'intervista a Riccardo Ehrman. Raccolgo sguardi perplessi e persi; una dice: "Chi?". Breve spiegazione, poi arrivano due adesioni ignare.


    Ne è venuto fuori questo.

    domenica 8 novembre 2009

    Tu non c'eri

    Tu non c'eri. Non avevamo ancora avuto il coraggio di pensarti. Sapevamo che farlo avrebbe significato condannarti alla prigione. Lì, con noi. E avevamo paura. Quella paura sbarazzina di chi si infila per strada nei cortei, attento a urlare, ma non troppo. La paura di chi ha imparato negli anni a riconoscere Giuda silenzioso e infagottato nel suo cappotto da 30 denari.
    Tu non c'eri quando ci rubavano il presente vendendoci un futuro glorioso e fiorente. Tu non lo sai cosa vuol dire battere le mani a comando, sorridere a comando, subire a comando e a comando far del male. Tuo padre ed io non ti volevamo perché eri pericoloso. Come un pensiero di libertà, di fiducia, d'amore.
    Tu non c'eri in quel labirinto dove noi ci sentivamo sempre Icaro e guardavamo con speranza e sospetto mille Dedalo. Tu non c'eri mentre noi morivamo pian piano perché non abbiamo voluto che il filo spinato ti penetrasse nella carne, nei sentimenti, nei pensieri. Tu non hai visto quelli che sono partiti per non arrivare mai. Quelli che sono rimasti lì, ai piedi di quel muro, anche se li hanno portati via subito.
    Non c'eri in quei tunnel, in quei bauli, in quelle valigie, in quei palloni aerostatici cuciti a mano, sotto quelle auto a due centimetri dall'asfalto.
    Tu non lo sai che un annuncio funebre può essere un atto rivoluzionario. Tu non sai per quale motivo chi sogna di scappare muore aspettando ma chi scappa per un sogno muore vivendo.
    Non lo sai. Non lo puoi sapere. Non c'eri.
    C'eravamo noi. Noi che non avevamo scelto di essere là, perché ci aveva scelti la Storia. Noi che non ti pensavamo neanche, per non farti male, per non farti schedare e obbligarti a tradire, a servire, ubbidire. Tu che sei così vivace, che ridi, che ti arrabbi e contesti. Tu che sei sincero. Tu che non hai bisogno di 30 denari.
    C'eravamo noi e c'eravamo in tanti, là, quella sera, perché tanti, troppi, non c'erano più.
    Era giovedì. Oggi, vent'anni fa. Quella notte abbiamo urlato più forte, strozzato lo strozzo della paura, guardato negli occhi chi aveva l'ordine di ammazzarci. E lui non ha urlato di fermarci, di alzare le mani, di tacere. Non ci ha sparato, non ci ha randellato. Ha chiuso gli idranti. Fermato i cingoli. Davanti a noi un fucile, dietro un soldato. Dentro, dopo 28 anni, un uomo.
    Ci ha sorriso. Ci ha aperto la porta sul mondo.
    E noi siamo usciti a respirare.
    E oggi sei qui e fra nove mesi compirai vent'anni, ma per noi la tua festa è adesso.
    E io ti regalo questa storia che non conosci e non puoi capire, perché tu non c'eri. E ti chiedo di difenderla. Difendila non perché è la storia del mio passato, ma perché è il lasciapassare per il tuo futuro.

    [Pubblicata anche su Italians del Corriere della sera.]

    domenica 25 ottobre 2009

    La grammatica della rivoluzione

    Storia di due articoli e un verbo

    In preparazione ai vent'anni della caduta del muro di Berlino vorrei presentarvi un esempio di come il cambiamento di una sola parola in una proposizione modifichi completamente il significato della proposizione stessa.
    Prendiamo lo slogan per eccellenza di quei giorni della fine del 1989: Wir sind das Volk [il popolo siamo noi].

    Questo slogan, ripetuto all'infinito e con forza sempre crescente ad ogni manifestazione aveva un messaggio politico ben preciso: i cittadini della repubblica democratica tedesca rivendicavano il ruolo che avevano solo sulla carta, quello di popolo e quindi di detentore della sovranità. Con quello slogan i cittadini della Germania est chiedevano che venissero restituiti loro i diritti che gli erano stati sottratti (o promessi e mai dati) negli anni. Volevano contare di più, volevano decidere, volevano essere veramente i detentori del potere di una repubblica popolare. Quello slogan presupponeva l'esistenza della Repubblica Democratica Tedesca.
    Tedeschi della DDR in fila presso una banca di Berlino Ovest per il Begrüßungsgeld, i Marchi di benvenutoDopo la caduta del muro, dopo le banconote di benvenuto, comincia a barcollare questa identità tra il popolo della Germania Est e il suo Stato. Quando i rischi enormi della rivoluzione dell'89 sono ormai definitivamente sopiti, quando la RDT si appresta a diventare uno stato effettivamente democratico, ecco che nasce un nuovo slogan: Wir sind ein Volk [noi siamo un popolo solo]. La sostituzione dell'articolo determinativo con l'articolo indeterminativo contiene non solo un programma politico epocale (Willi Brandt avrebbe detto poco più tardi "Jetzt wächst zusammen, was zusammen gehört" [ora cresce assieme quello che deve stare assieme]), ma un nuovo attore: il popolo della Germania Ovest, fino a quel momento spettatore ora curioso, ora commosso, ora distratto delle vicissitudini dei fratelli d'oltre cortina.
    Wir sind ein Volk
    È quella che in tedesco viene definita die Wende in der Wende [la svolta nella svolta]. È la fine del tentativo di creare una vera repubblica tedesca socialista.
    È difficile stabilire l'origine e la data di nascita di questo secondo slogan, il momento preciso della sostituzione dell'articolo, ma alcuni indizi lasciano intendere che dopo la caduta del muro ci fu un'opera di propaganda ben architettata, tramite la quale soprattutto la CDU di Helmut Kohl ha cercato - con successo - di far crescere dal basso l'aspettativa e l'attesa della riunificazione. Quel cambio di articolo significa quindi anche l'inizio della regolarizzazione della rivoluzione. Da questo momento tutto torna in mano alla politica. Si riprendono le redini del cavallo impazzito, si torna a fare la storia ai tavoli delle trattative. Gli slogan diventano parte del disegno politico della riunificazione, i manifestanti pedine inconsce del progetto fortemente voluto da Helmut Kohl. La piazza è il luogo dove quello che dovrà diventare un popolo solo si incontra, si conosce, si abbraccia, festeggia.
    Oggi, vent'anni dopo, di quello slogan e di quell'atmosfera rimane poco. I tedeschi dell'est e quelli dell'ovest sono rimasti a distanza. Sono diversi e non sanno perché. Molti non ricordano di avere avuto una storia separata. Molti non sanno di avere avuto per qualche mese una storia congiunta. Alcuni, malinconici, ricordano. E intonano uno slogan sommesso.: "Wir waren ein Volk".

    Ebrei in Germania, ebrei di Germania

    Segnalo un editoriale molto interessante sulla situazione della comunità ebraica tedesca. L'autore vede il rapporto tra ebrei e stato tedesco in dirittura d'arrivo nel lungo cammino della normalizzazione.

    Il tabù infranto di cui si parla è l'attenzione dovuta a prescindere a qualsiasi affermazione o iniziativa della comunità ebraica. Questo ha portato negli anni gli ebrei a godere di una considerazione, di una presenza mediatica e di un potere certo non spiegabili con il peso dei numeri, in quanto la comunità è certo minore di tante altre di cui non si parla mai.
    Drobinski, autore dell'articolo, sembra affermare che il "Bonus-Olocausto" di cui si sono potuti giovare gli ebrei nella Germania del dopoguerra sembra pian piano esaurirsi.

    venerdì 23 ottobre 2009

    I primi vagiti del nuovo governo

    Promesse, pasticci e poltrone

    Il nuovo governo deve ancora nascere e già ci sono parecchie cose di cui varrebbe la pena riferire.

    Promesse
    L'FDP è arrivata al tavolo delle trattative con una condizione che ha presentato come irrinunciabile: meno tasse. In campagna elettorale Westerwelle e i suoi hanno affermato a più riprese che la riduzione delle imposte sarebbe stata compensata dal maggior gettito fiscale dovuto alla ripresa economica. Che questo fosse impossibile lo aveva detto non tanto uno come Steinbrück (SPD), ex ministro delle finanze, ma anche uno come zu Guttenberg, ex ministro dell'industria della CSU: ci sarebbe voluta una crescita di quasi il 10% per coprire con maggiori entrate gli scompensi provocati dalla riduzione proposta dai liberali.
    Un altro punto su cui la FDP si era dichiarata inamovibile era il famigerato Gesundheitsfonds, il fondo della mutua nato da un compromesso tra i socialdemocratici e l'unione (CDU-CSU), che ha fino ad ora prodotto solo maree di scontenti e buchi economici miliardari, tanto che le varie casse malattia hanno affermato di essere costrette ad aumentare le trattenute in busta paga dei lavoratori.
    Forse è ancora presto per esprimere giudizi, ma i fatti lasciano intendere alcune cose. Innanzitutto la FDP non riuscirà ad imporre quasi nulla: il Gesundheitsfonds rimarrà sostanzialmente inalterato, mentre per la riduzione della pressione fiscale se ci saranno interventi questi non saranno certo rifinanziati dalla crescita del PIL a livelli cinesi, quanto piuttosto da un aumento dei debiti. In questo la FDP ha mostrato di essere piuttosto disinvolta, accettando (o forse addirittura proponendo) una specie di fondo speciale su cui far gravare i nuovi debiti, per mantenere l'impressione di un bilancio statale tutto sommato a posto.

    Pasticci
    Il pasticcio più grande si è registrato proprio sulla questione della riduzione delle tasse attraverso questo "bilancio parallelo". Nußbaum, responsabile delle finanze di Berlino, tecnico senza tessera di partito, anche se con simpatie progressiste, ha parlato di "falso in bilancio" e alla Süddeutsche Zeitung ha dichiarato: "Wenn ich in meinem Unternehmen auf diese Weise bilanzieren würde, wäre ich wegen Konkursverschleppung dran." [Se io nella mia azienda gestissi così i bilanci verrei processato per dilazione di fallimento].
    Questo fatto, unito al modo non proprio ottimale con cui quest'idea è stata comunicata all'opinione pubblica, ha dato l'impressione che il governo nascente non fosse interessato alle riforme, ma a vecchi trucchi di finanza creativa, come si dice dalle nostre parti.
    Dopo aver incassato una bocciatura generale (da economisti, corte dei conti, sindacati, imprenditori ecc...), l'idea è stata per ora accantonata.
    Rimane l'impressione, molto forte, che ci si sforzi in queste ore di trovare un modo di facciata per salvare capra e cavoli, cioè un modo per far dire alla FDP che ci sarà una riduzione delle tasse anche se non è vero.
    Poltrone
    Dei nomi del prossimo governo si parlerà molto nei prossimi giorni, quando saranno ufficializzate le nomine. Intanto fanno già discutere i ministeri promessi a Schäble (finanze) e zu Guttenberg (difesa).
    Schäble a controllare il rubinetto dei soldi mi sembra una presa di posizione decisa della CDU, che impone una persona certo non molto malleabile a guardia delle casse statali. Chi sperava in un bilancio allegro è avvisato. La CDU forse sarebbe stata disposta a dare il ministero anche a zu Guttenberg, rappresentante della CSU, che sulla questione degli sgravi fiscali la pensa diversamente dal resto del suo partito e, soprattutto, dal capo della CSU, Seehofer. Zu Guttenberg avrebbe certo potuto approfittare molto di questa occasione per la propria carriere personale, ma alla fine è stato deciso in altro modo.
    Non penso di sbagliare di molto a vedere dietro questa non promozione di zu Guttenberg lo zampino di Seehofer, che deve fare i conti con un partito molto scontento e un concorrente interno (zu Guttenberg) acclamato a furor di popolo.
    La scelta di zu Guttenberg come ministro della difesa è però interessante anche per un altro motivo: sembra una trappola, o almeno un freno, a Westerwelle, futuro ministro degli esteri. Zu Guttenberg alla difesa sarà molto impegnato sul piano internazionale e avrà parecchio da fare nelle trattative con gli Stati Uniti per un aumento dell'impegno tedesco in Afganistan. Il giovane barone bavarese ha mostrato interesse per i temi di politica estera, ha carisma, sa comunicare, è fotogenico, parla correttamente inglese, non ha paura di andare contro la corrente, sa farsi ascoltare: a me sembra che la sua nomina a ministro della difesa vada interpretata come una nomina a ministro degli esteri in minore, quasi un'ombra scomoda che grava su Westerwelle.
    A lui spettano così una serie di compiti piuttosto difficili: convincere il partito e i suoi elettori che ha mantenuto le promesse ed essere migliore di zu Guttenberg. Questo lo costringerà ad agire più da ministro degli esteri che da capo di un partito di governo e gli toglierà così tempo e energie per disturbare troppo il lavoro di Frau Merkel, con cui concludiamo. Se lei è la regista di queste manovre, tanto di cappello. Ha sistemato una situazione non facile, con molti galli in un pollaio piccolo e stretto. L'ha fatto alla democristiana, se mi passate il termine, ma questo non deve essere per forza un demerito: io, almeno, sto cominciando a rivalutare quel modo di fare politica.

    lunedì 12 ottobre 2009

    jeder mit jedem

    Mentre la FDP si preoccupa di come dovrà far capire ai suoi elettori che il promesso gigantesco alleggerimento fiscale non ci sarà, a livello di Länder si assiste in questi giorni alla nascita di coalizioni interessanti.
    Nel Saarland i verdi silurano La Fontaine e la Linke e si avventurano in una coalizione giamaicana con i liberali e i cristiano democratici. Con tre parlamentari riusciranno probabilmente ad avere due ministeri. Nel frattempo hanno incassato una mezza scomunica dalla direzione nazionale per bocca di Özdemir.
    In Brandeburgo, invece, Platzeck, unica nota positiva nel disastro elettorale della SPD formerà il prossimo governo con la Linke.

    giovedì 8 ottobre 2009

    Nobel per la letteratura a Herta Müller

    Perché il riconoscimento va alla persona sbagliata

    Perdonate il post molto personale, infondato e basato solo su una sensazione "a pelle", prometto di tornare più "sachlich" prima possibile.

    Herta Müller vince il Nobel per la letteratura 2009. Se mi chiedessero una caratterista di Herta Müller direi che porta in giro la faccia tipica di una persona depressa che sta per suicidarsi. In questo senso la persona più adatta a succedere all'ultima scrittrice di lingua tedesca a ricevere questo riconoscimento, l'austriaca Jelinek nel 2004.

    Non pretendo di avere la competenza per giudicare l'opera di Herta Müller, ma rimane in me la sensazione che la giuria del Nobel scelga sempre in primo luogo un messaggio politico che il premio deve veicolare e solo in seconda istanza si dedichi alla ricerca degli autori che rispondono al primo requisito. Il problema è che il messaggio politico è spesso anacronistico, come in questo caso e come, ad esempio, nel caso di Saramago. Quest'anno il Nobel va a Herta Müller

    who, with the concentration of poetry and the frankness of prose, depicts the landscape of the dispossessed

    Confesso di non conoscere molto dell'opera di Herta Müller; quel poco che ho avuto per le mani mi ricorda un po' la Arslan della "Masseria delle allodole". Ma il mondo della Müller è lontano, finito, assorbito. Per i derubati della propria terra, della propria dignità, della propria storia credo che il comitato dovesse andare a cercare in Africa. Rimane allora la sensazione un po' amara che, nel voler riportare l'attenzione sulla letteratura tedesca, il comitato del Nobel abbia sbagliato completamente mira, convogliando l'attenzione su un'apolide a disagio ovunque. Il messaggio del comitato è debole. La candidata scelta a fare da megafono poco adatta. Peccato.

    Nel ventennale della caduta del muro io, il Nobel, lo avrei dato a Christa Wolf.