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domenica 8 novembre 2009

Tu non c'eri

Tu non c'eri. Non avevamo ancora avuto il coraggio di pensarti. Sapevamo che farlo avrebbe significato condannarti alla prigione. Lì, con noi. E avevamo paura. Quella paura sbarazzina di chi si infila per strada nei cortei, attento a urlare, ma non troppo. La paura di chi ha imparato negli anni a riconoscere Giuda silenzioso e infagottato nel suo cappotto da 30 denari.
Tu non c'eri quando ci rubavano il presente vendendoci un futuro glorioso e fiorente. Tu non lo sai cosa vuol dire battere le mani a comando, sorridere a comando, subire a comando e a comando far del male. Tuo padre ed io non ti volevamo perché eri pericoloso. Come un pensiero di libertà, di fiducia, d'amore.
Tu non c'eri in quel labirinto dove noi ci sentivamo sempre Icaro e guardavamo con speranza e sospetto mille Dedalo. Tu non c'eri mentre noi morivamo pian piano perché non abbiamo voluto che il filo spinato ti penetrasse nella carne, nei sentimenti, nei pensieri. Tu non hai visto quelli che sono partiti per non arrivare mai. Quelli che sono rimasti lì, ai piedi di quel muro, anche se li hanno portati via subito.
Non c'eri in quei tunnel, in quei bauli, in quelle valigie, in quei palloni aerostatici cuciti a mano, sotto quelle auto a due centimetri dall'asfalto.
Tu non lo sai che un annuncio funebre può essere un atto rivoluzionario. Tu non sai per quale motivo chi sogna di scappare muore aspettando ma chi scappa per un sogno muore vivendo.
Non lo sai. Non lo puoi sapere. Non c'eri.
C'eravamo noi. Noi che non avevamo scelto di essere là, perché ci aveva scelti la Storia. Noi che non ti pensavamo neanche, per non farti male, per non farti schedare e obbligarti a tradire, a servire, ubbidire. Tu che sei così vivace, che ridi, che ti arrabbi e contesti. Tu che sei sincero. Tu che non hai bisogno di 30 denari.
C'eravamo noi e c'eravamo in tanti, là, quella sera, perché tanti, troppi, non c'erano più.
Era giovedì. Oggi, vent'anni fa. Quella notte abbiamo urlato più forte, strozzato lo strozzo della paura, guardato negli occhi chi aveva l'ordine di ammazzarci. E lui non ha urlato di fermarci, di alzare le mani, di tacere. Non ci ha sparato, non ci ha randellato. Ha chiuso gli idranti. Fermato i cingoli. Davanti a noi un fucile, dietro un soldato. Dentro, dopo 28 anni, un uomo.
Ci ha sorriso. Ci ha aperto la porta sul mondo.
E noi siamo usciti a respirare.
E oggi sei qui e fra nove mesi compirai vent'anni, ma per noi la tua festa è adesso.
E io ti regalo questa storia che non conosci e non puoi capire, perché tu non c'eri. E ti chiedo di difenderla. Difendila non perché è la storia del mio passato, ma perché è il lasciapassare per il tuo futuro.

[Pubblicata anche su Italians del Corriere della sera.]

domenica 25 ottobre 2009

La grammatica della rivoluzione

Storia di due articoli e un verbo

In preparazione ai vent'anni della caduta del muro di Berlino vorrei presentarvi un esempio di come il cambiamento di una sola parola in una proposizione modifichi completamente il significato della proposizione stessa.
Prendiamo lo slogan per eccellenza di quei giorni della fine del 1989: Wir sind das Volk [il popolo siamo noi].

Questo slogan, ripetuto all'infinito e con forza sempre crescente ad ogni manifestazione aveva un messaggio politico ben preciso: i cittadini della repubblica democratica tedesca rivendicavano il ruolo che avevano solo sulla carta, quello di popolo e quindi di detentore della sovranità. Con quello slogan i cittadini della Germania est chiedevano che venissero restituiti loro i diritti che gli erano stati sottratti (o promessi e mai dati) negli anni. Volevano contare di più, volevano decidere, volevano essere veramente i detentori del potere di una repubblica popolare. Quello slogan presupponeva l'esistenza della Repubblica Democratica Tedesca.
Tedeschi della DDR in fila presso una banca di Berlino Ovest per il Begrüßungsgeld, i Marchi di benvenutoDopo la caduta del muro, dopo le banconote di benvenuto, comincia a barcollare questa identità tra il popolo della Germania Est e il suo Stato. Quando i rischi enormi della rivoluzione dell'89 sono ormai definitivamente sopiti, quando la RDT si appresta a diventare uno stato effettivamente democratico, ecco che nasce un nuovo slogan: Wir sind ein Volk [noi siamo un popolo solo]. La sostituzione dell'articolo determinativo con l'articolo indeterminativo contiene non solo un programma politico epocale (Willi Brandt avrebbe detto poco più tardi "Jetzt wächst zusammen, was zusammen gehört" [ora cresce assieme quello che deve stare assieme]), ma un nuovo attore: il popolo della Germania Ovest, fino a quel momento spettatore ora curioso, ora commosso, ora distratto delle vicissitudini dei fratelli d'oltre cortina.
Wir sind ein Volk
È quella che in tedesco viene definita die Wende in der Wende [la svolta nella svolta]. È la fine del tentativo di creare una vera repubblica tedesca socialista.
È difficile stabilire l'origine e la data di nascita di questo secondo slogan, il momento preciso della sostituzione dell'articolo, ma alcuni indizi lasciano intendere che dopo la caduta del muro ci fu un'opera di propaganda ben architettata, tramite la quale soprattutto la CDU di Helmut Kohl ha cercato - con successo - di far crescere dal basso l'aspettativa e l'attesa della riunificazione. Quel cambio di articolo significa quindi anche l'inizio della regolarizzazione della rivoluzione. Da questo momento tutto torna in mano alla politica. Si riprendono le redini del cavallo impazzito, si torna a fare la storia ai tavoli delle trattative. Gli slogan diventano parte del disegno politico della riunificazione, i manifestanti pedine inconsce del progetto fortemente voluto da Helmut Kohl. La piazza è il luogo dove quello che dovrà diventare un popolo solo si incontra, si conosce, si abbraccia, festeggia.
Oggi, vent'anni dopo, di quello slogan e di quell'atmosfera rimane poco. I tedeschi dell'est e quelli dell'ovest sono rimasti a distanza. Sono diversi e non sanno perché. Molti non ricordano di avere avuto una storia separata. Molti non sanno di avere avuto per qualche mese una storia congiunta. Alcuni, malinconici, ricordano. E intonano uno slogan sommesso.: "Wir waren ein Volk".

giovedì 1 ottobre 2009

Tu non c'eri

[Pubblicata su Italians del Corriere della sera.]

Tu non c'eri. Non avevamo ancora avuto il coraggio di pensarti. Sapevamo che farlo avrebbe significato condannarti alla prigione. Lì, con noi. E avevamo paura. Quella paura sbarazzina di chi si infila per strada nei cortei, attento a urlare, ma non troppo. La paura di chi ha imparato negli anni a riconoscere Giuda silenzioso e infagottato nel suo cappotto da 30 denari.
Tu non c'eri quando ci rubavano il presente vendendoci un futuro glorioso e fiorente. Tu non lo sai cosa vuol dire battere le mani a comando, sorridere a comando, subire a comando e a comando far del male. Tuo padre ed io non ti volevamo perché eri pericoloso. Come un pensiero di libertà, di fiducia, d'amore.
Tu non c'eri in quel labirinto dove noi ci sentivamo sempre Icaro e guardavamo con speranza e sospetto mille Dedalo. Tu non c'eri mentre noi morivamo pian piano perché non abbiamo voluto che il filo spinato ti penetrasse nella carne, nei sentimenti, nei pensieri. Tu non hai visto quelli che sono partiti per non arrivare mai. Quelli che sono rimasti lì, ai piedi di quel muro, anche se li hanno portati via subito.
Non c'eri in quei tunnel, in quei bauli, in quelle valigie, in quei palloni aerostatici cuciti a mano, sotto quelle auto a due centimetri dall'asfalto.
Tu non lo sai che un annuncio funebre può essere un atto rivoluzionario. Tu non sai per quale motivo chi sogna di scappare muore aspettando ma chi scappa per un sogno muore vivendo.
Non lo sai. Non lo puoi sapere. Non c'eri.
C'eravamo noi. Noi che non avevamo scelto di essere là, perché ci aveva scelti la Storia. Noi che non ti pensavamo neanche, per non farti male, per non farti schedare e obbligarti a tradire, a servire, ubbidire. Tu che sei così vivace, che ridi, che ti arrabbi e contesti. Tu che sei sincero. Tu che non hai bisogno di 30 denari.
C'eravamo noi e c'eravamo in tanti, là, quella sera, perché tanti, troppi, non c'erano più.
Era giovedì. Oggi, vent'anni fa. Quella notte abbiamo urlato più forte, strozzato lo strozzo della paura, guardato negli occhi chi aveva l'ordine di ammazzarci. E lui non ha urlato di fermarci, di alzare le mani, di tacere. Non ci ha sparato, non ci ha randellato. Ha chiuso gli idranti. Fermato i cingoli.
Davanti a noi un fucile, dietro un soldato. Dentro, dopo 28 anni, un uomo.
Ci ha sorriso. Ci ha aperto la porta sul mondo.
E noi siamo usciti a respirare.
E oggi sei qui e fra nove mesi compirai vent'anni, ma per noi la tua festa è adesso.
E io ti regalo questa storia che non conosci e non puoi capire, perché tu non c'eri. E ti chiedo di difenderla. Difendila non perché è la storia del mio passato, ma perché è il lasciapassare per il tuo futuro.

martedì 29 settembre 2009

20 anni fa...


[...] siamo venuti da voi per annunciarvi che oggi è stato [accordato] il permesso per il vostro espatrio [...]
(Hans-Dietrich Genscher, Praga, Ambasciata della BRD, 30 settembre 1989)

Il resto è storia

mercoledì 4 giugno 2008

Il passato (scomodo?) di Angela Merkel

Cosa c'è dietro il rifiuto di pubblicazione di una foto

In questi giorni una notizie si fa timidamente strada qui in Germania e riguarda Angela Merkel, cancelliera della Repubblica Federale, chesembrerebbe avere un passato da collaboratrice non ufficiale del Ministero per la Sicurezza (la Stasi) della ex Germania Est. Ultimamente si è sviluppato un acceso dibattito sul coinvolgimento di una delle due figure più di spicco del partito della sinistra (die Linke), l'avvocato e deputato berlinese Gregor Gysi, nelle operazioni di pedinamento e spionaggio contro il chimico Robert Havemann, uno degli oppositori interni più di peso dell'ex regime della Repubblica Democratica Tedesca. 
Ulteriori indagini giornalistiche sull'inchiesta sembrerebbero ora rivelare anche un coinvolgimento dell'attuale capo di governo della grossa coalizione.
Il caso Havemann
Robert Havemann (1910-1982), è stato un importante scienziato e un comunista convinto. Durante il regime nazista è stato arrestato e condannato a morte, ma la condanna è poi stata revocata per permettergli di continuare i suoi studi e i suoi esperimenti, da cui il regime nazionalsocialista si riprometteva importanti scoperte. Dopo la fine della seconda guerra mondiale Havemann ha fatto parte della SED, il partito unico socialista che avrebbe governato la Germania Est fino alla caduta del muro di Berlino, venendone espulso nel 1964 in seguito ad un ciclo di lezioni tenute all'università di Berlino e alla pubblicazione di interviste e interventi  sulla stampa occidentale, considerati di tono troppo critico nei confronti del regime. 
Nel 1976  si rivolse con una lettera al segretario del partito unico, Erich Honecker, per protestare contro l'espulsione dalla Germania Est del cantautore Wolf Biermann (con cui una delle figlie di Havemann aveva avuto un figlio). 
Il regime decise allora di mettere Havemann agli arresti domiciliari e di far sorvegliare la sua casa giorno e notte dalla Stasi.
Il ruolo di Gysi e Merkel
Gregor Gysi è accusato di aver lavorato come IM (Inoffizieller Mitarbeiter - collaboratore non ufficiale) della Stasi e di aver passato, in qualità di avvocato difensore di Havemann ai processi legati ai suoi arresti domiciliari, informazioni riservate al Ministero per la Sicurezza. Le accuse di legami tra la Stasi e il deputato populista della Linke non sono nuove e tornano a galla con maggiore o minore prepotenza, nel dibattito pubblico, anche a seconda della convenienza politica. 
Certo non si può dire che sia un caso che in un clima di aperta campagna elettorale (elezioni regionali importanti in Baviera a settembre e politiche fra un anno), con die Linke in forte ascesa, che si cerchi di gettare discredito su Gregor Gysi, che guida questo partito insieme a Oskar Lafontaine.

Ma se del caso Gysi si è parlato molto e ovunque, poco si è detto delle scoperte fatte dai giornalisti della WDR, che, nell'ambito delle loro ricerche e dei loro lavori per la produzione di un documentario dal titolo "Im Auge der Macht - die Bilder der Stasi" [Al centro del potere - le immagini della Stasi] hanno trovato i documenti riguardanti i tantissimi (fino a 200 al giorno) collaboratori incaricati dalla Stasi di sorvegliare la tenuta di Havemann. Tra questi ci sarebbe anche la foto di una giovane Angela Merkel. 
I redattori del filmato avrebbero chiesto alla signora Merkel il permesso di pubblicazione del documento all'interno del loro filmato, ma il capo di gabinetto avrebbe rifiutato. Secondo quanto riportato dallo Spiegel:

"Die Filmemacher baten Merkel um Freigabe des Bildes. Ihr Büro jedoch teilte mit, Merkel wolle aus "Gründen des Schutzes ihrer Privatsphäre", aber auch im Hinblick auf die "Gleichbehandlung bei vergleichbaren Anfragen" kein Einverständnis zur Verwendung des Fotos geben."

[I curatori del film hanno richiesto il permesso di pubblicazione della foto. Il suo (di Angela Merkel) Entourage ha però comunicato che la signora Merkel non intende concedere il nulla osta per "motivi legati alla protezione della propria privacy" e anche per "uguaglianza di trattamento in casi di richieste simili"]

Praticamente nessuno dei mezzi tradizionali di informazione tedeschi ha dato risalto a quella che, se confermata, sarebbe una notizia veramente importante, tanto che l'articolo più esauriente sul tema viene dalla Svizzera.

Questi i fatti. I commenti a voi.



venerdì 6 luglio 2007

La Germania di oggi tra nazisti e comunisti

Come la Germania cerca di chiudere i conti col suo passato


In tedesco si chiama Vergangenheitsbewältigung ed è una parola che indica l'atto di confrontarsi con la propria storia per superarne in modo maturo i traumi sforzandosi di creare una memoria collettiva.


È una delle tante parole difficili da tradurre, ma ha la sua buona ragione di esistere, visto che la Germania ha conosciuto, nel secolo scorso, due dittature: quella nazionalsocialista di Hitler e quella comunista del dopoguerra.
Eppure se oggi in Germania si parla di Vergangenheitsbewältigung lo si fa quasi solo in relazione al periodo nazista. Degli oltre quattro decenni di separazione della Germania in due paesi e della segregazione di milioni di tedeschi dietro i confini di una delle peggiori dittature della storia sembra non volersi ricordare nessuno. La seconda guerra mondiale è finita più di sessant'anni fa e ancora è onnipresente nei ragionamenti dei politici, nelle lezioni di storia a scuola, nelle piazze del paese, nel rapporto con gli ebrei e nella vocazione essenzialmente antimilitare del popolo tedesco. Il muro di Berlino, invece, è caduto solo diciotto anni fa, eppure l'interesse per questo capitolo,lunghissimo e dolorosissimo, della storia della Germania non trova, tra gli stessi tedeschi, che sporadici afflati di interesse.


Un paio di anni fa, con la cosidetta Ostalgie (nostalgia per il tempo in cui esisteva la Germania Est) c'è stato addirittura un tentativo inconscio e collettivo di revisionismo: nel cuore di una delle più lunghe crisi economiche del dopoguerra, infatti, i tedeschi dell'Ovest rimpiangevano i tempi in cui non erano chiamati a sovvenzionare la rinascita dell'Est e i milioni di tedeschi dell'Est, delusi ed esclusi in maniera sproporzionata dalle promesse del mondo capitalistico, rimpiangevano il tempo in cui vivevano sì senza libertà, ma non dovevano preoccuparsi di arrivare a fine mese.


L'esempio dell'Istituto per la conservazione dell'archivio della Stasi


Poco dopo la caduta del muro, il regime comunista diede ordine di cominciare con la distruzione sistematica di tutti i documenti della Stasi (Ministerium für Staatssicherheit). Durante gli oltre quarant'anni di vita delle DDR (Deutsche Demokratische Republik) questo "Ministero per la sicurezza dello stato" aveva raccolto materiale su milioni di cittadini instaurando una cultura del sospetto in cui tutti si spiavano: tra vicini di casa, al lavoro, al bar e anche tra parenti e familiari.


Per fortuna il regime cadde prima che l'opera di distruzione di questo immenso archivio (si parla di alcuni chilometri di cartelle) potesse essere portata a termine. I governi della Germania unita hanno istituito così una struttura apposita per la conservazione e la consultazione di quegli atti, la cosiddetta Birthler-Behörde. Questo istituto, creato e finanziato dallo stato tedesco, è stato negli anni al centro di varie polemiche, come ad esempio la battaglia, poi persa in tribunale, di questo ufficio con l'ex Cancelliere Kohl, per rendere pubblici gli atti raccolti dalla Stasi su personalità pubbliche. Un'altra grossa polemica è stata scatenata dal fatto che solo alcuni anni dopo la creazione si è scoperto che le persone incaricate della gestione di questa struttura e dei milioni di fascicoli avevano assunto alcuni ex dipendenti del Ministero per la sicurezza, cioè della Stasi. I cosiddetti carnefici avevano quindi accesso ai e potere sui documenti che attestavano l'atrocità del loro operato e questo a tutto svantaggio delle vittime. La risposta dei riesponsabili in questo caso fu alquanto pragmatica: solo chi aveva contribuito a creare quella mole incommensurabile di documenti era anche in grado di capirci qualcosa, di raccapezzarcisi e fornire così le indicazioni necessarie per la gestione. Questa è anche la tesi sostenuta da Günter Hellmich in un suo commento per il Deutschlandfunk.


Il documento programmatico del governo sul futuro dei luoghi della memoria storica


Chi ha visto il film "Le vite degli altri" (in originale: Das Leben der Anderen) si è fatto una minima idea di cosa fosse capace di organizzare la Stasi e di quanto, lungi da ogni Ostalgie, la vita al di là del muro fosse dura e ingiusta. Ma a parte il contributo di questo bellissimo film, gli sforzi della gente e della classe dirigente del paese per chiudere definitivamente i conti con questo passato sono minimi. È notizia di questi giorni, infatti, che la Birthler-Behörde avrà una riduzione dei finanziamenti e che si sta discutendo su una sua chiusura anticipata rispetto ai tempi che la stessa Birthler, una tedesca dell'ex germania Est chiamata a dirigere l'ufficio, ha indicato come oggettivamente pensabili. La Birthler-Behörde potrebbe infatti chiudere nel 2010, come riporta il quotidiano Die Welt, alla scadenza del mandato della Birthler stessa, invece che nel 2020 come proposto dall'attuale responsabile.


Bernd Naumann, ministro federale della cultura, ha da poco pubblicato un documento che traccia le linee guida della politica tedesca in questo campo. In questo documento si dice chiaramente che:


  • Der Koalitionsvertrag zwischen CDU, CSU und SPD vom 11. November 2005
    sieht vor, die Gedenkstättenkonzeption „mit dem Ziel der angemessenen Berück-
    sichtigung der beiden Diktaturen in Deutschland“ fortzuschreiben.

    [Il contratto di coalizione tra CDU, CSU e SPD dell'11 novembre 2005 prevede che si prosegua il progetto riguardante i monumenti della memoria storica con "l'obiettivo di arrivare a dare la giusta considerazione ad entrambe le dittature della Germania."]
  • Pur riconoscendo che proprio nel campo del confronto con la DDR e il regime comunista c'è bisogno di uno sforzo maggiore, però, il documento riconosce l'unicità del nazionalsocialismo:

    Der differenzierte Umgang mit den beiden totalitären Systemen in Deutschland ist eine zentrale historische und moralische Verpflichtung bei der Pflege des Geschichtsbewusstseins. Dabei ist den Unterschieden zwischen NS-Terrorherrschaft und SED-Diktatur Rechnung zu tragen. Das nationalsozialistische Deutschland verursachte millionenfaches Leid durch seine menschenverachtende Verfolgungs- und Vernichtungspolitik sowie brutale Eroberungskriege. Die Erinnerung an die NS-Terrorherrschaft wird durch das Wissen um die Singularität des Holocaust bestimmt. Dem Völkermord an den europäischen Juden als Menschheitsverbrechen bisher nicht gekannten Ausmaßes kommt in der deutschen, europäischen und weltweiten Erinnerungskultur unvergleichliche Bedeutung zu.

    [L'approccio differenziato con entrambi i sistemi totalitari della Germania è un dovere storico e morale di vitale importanza nella cura della coscienza storica. In questo bisogna tenere presente le differenze tra il terrore del nazionalsocialismo e la dittature della SED (il partito socialista unico della Germania dell'Est - nda). La Germania nazionalsocialista ha causato dolore a milioni di persone attraverso una politica di persecuzione e distruzione che disprezzava la dignità umana e attraverso brutali guerre di annessione. La memoria dei crimini del nazionalsocialismo è caratterizzata dalla unicità dell'olocausto. Al genocidio degli ebrei d'Europa inteso come crimine contro l'umanità di dimensioni fino ad allora sconosciute spetta, nella cultura della memoria tedesca, europea e mondiale, un'importanza ineguagliabile.]

Il documento, quindi, ribadisce un concetto che, in Germania, è stato spesso oggetto di polemiche: l'unicità dell'olocausto. Di fronte a questo approccio al problema, quindi, le vittime della dittatura comunista si vedono relegare in secondo piano rispetto alle vittime del regime hitleriano. La questione è delicata, soprattutto perché il clima politico e culturale ancora non permette lo svolgimento di un dibattito calmo e oggettivo sull'argomento: chiunque metta in dubbio l'unicità dell'olocausto, volendo in questo modo non sminuire l'importanza storica della Shoà, ma volendo rivalutare l'atrocità di genocidi compiuti in seguito, viene tacciato di antisemitismo e quindi autometicamente delegittimato come interlocutore.


A fronte di quanto detto, quindi, non stupisce che il documento, pur promettendo in teoria un impegno maggiore nell'opera di evocazione della memoria dei crimini della SED, chieda un sostanziale indebolimento dell'ufficio guidato dalla signora Birthler e ne lasci intravedere lo scioglimento in un futuro non troppo lontano, anche in considerazione del fatto che lo scorso anno ci sono stati quasi 100.000 cittadini che hanno chiesto di poter visionare il proprio fascicolo presso l'ufficio.