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venerdì 8 febbraio 2008

Germania: di nuovo voglia di Italia?

Nel 2007 una ripresa delle presenze tedesche in Italia

Nonostante la catastrofe che, se non ci fossero di mezzo milioni di euro dei contribuenti, avrebbe del ridicolo del portale italia.it, nonostante le notizie da Napoli e da Roma, nonostante una sempre latente antipatia dell'opnione pubblica tedesca nei confronti dell'Italia, sembra che il settore del turismo italiano si stia riprendendo dalla caduta libera in cui si era precipitato nell'ultim decennio. 

Le cifre diffuse in questi giorni dalla Fondazione BAT-Deutschland (British American Tobacco), sembrano infatti riportare un po' di ottimismo in un settore fondamentale dell'economia italiana.


Dati delle preferenze dei turisti tedeschi in merito alle mete delle loro vacanze per l'anno 2007


Secondo quanto evidenziato dallo studio della fondazione sul comportamento dei turisti tedeschi lungo tutto il 2007, l'Italia ha guadagnato molti punti, ritornando dopo quasi trent'anni al primo posto delle preferenze teutoniche.

Turisti tedeschi tra Italia e Spagna

Se nel 1999 un tedesco su sei trascorreva le vacanze in Spagna, nel 2007 le quote della penisola iberica sono cadute al livello del 1980, con una perdita di oltre il 7%. Le cifre della Spagna sono esattamente inverse rispetto a quelle dell'Italia, che sta ritornando vicina ai livelli degli anni d'oro del turismo tedesco nel nostro Paese.

Proprio all'inizio degli anni '80 era cominciata l'ascesa della Spagna (nel 1980 il 9,9% dei tedeschi aveva trascorso le vacanze nel Belpaese contro il 9,2% che era stato nella penisola Iberica), che era poi arrivata a toccare punte del 17%. Di contro sempre meno tedeschi venivano in Italia (nel 2005 erano solo il 7,7%).

Le cifre del 2007 parlano di un 10,1% per l'Italia, una cifra che farebbe ben sperare per il futuro, se proprio in questi primi giorni del 2008 non ci fosse stato il disastro di Napoli, che ha spinto addirittura la regione Veneto a finanziare una campagna pubblicitaria studiata apposta per la Germania, per spiegare al turista tedesco che il Veneto non è Napoli.

I dati mostrano una caduta di presenze tedesche a sud del Brennero a seguito dell'11 settembre, un calo che è durato fino al 2006, quando è ricominciata, timidamente la risalita.

I tedeschi non amano l'Italia di Berlusconi

Forse frutto dell'11 settembre, forse frutto del caso, o forse frutto di una riuscita enorme campagna mediatica, rimane però innegabile che il tracollo della presenza tedesca nel nostro Paese si è registrato negli anni della seconda legislatura Berlusconi.

Questa constatazione potrebbe valere più di quello che a prima vista si pensa, se non si vuole credere al caso, ma si vuole provare a cercarne i motivi nella testa della gente. Giusto o sbagliato che sia, Berlusconi è stato dipinto all'estero, unanimemente e universalmente, come un faccendiere dalla quantomeno dubbia moralità (e giudizi così miti nei suoi confronti i media tedeschi ne hanno espressi pochi). L'immagine che è passata qui in Germania era di un delinquente al potere, un affarista che rubava, contrattava con la mafia, usava le televisioni per fare il lavaggio del cervello alla gente. Durante il lustro Berlusconiano si è parlato molto di Italia qui in Germania e, non sempre ma quasi, se ne è parlato male. 

Due fatti hanno a mio avviso contribuito più di altri a far passare nella gente un'immagine completamente negativa del capo di Forza Italia: il G8 di Genova e l'invettiva contro il socialdemocratico tedesco Schulz nel discorso inaugurale del semestre di presidenza italiana della Comunità Europea. 



Il tedesco medio, anche quello di orientamento politico conservatore, ha sviluppato così nel migliore dei casi una insofferenza malcelata nei confronti dell'allora capo del governo italiano, visto poi come il rappresentante di un popolo che lo aveva democraticamente eletto. L'antipatia verso Berlusconi in molti casi si è estesa, per osmosi, al Paese intero.

Se queste sono considerazioni personali certamente altamente discutibili e opinabili, credo invece che sui due prossimi punti il margine di critica sia più ridotto. Ritornando allo studio della Fondazione BAT, si nota come la scala dei fattori presi in considerazione per la scelta della meta delle vacanze sia:

  1. Gastfreundschaft [Ospitalità]
  2. Gemütlichkeit [Comodità - anche se in realtà la parola è quasi intraducibile]
  3. Schöne Landschaft [Paesaggio]
  4. Gesundes Klima [Clima sano]
  5. Sicherheit [Sicurezza]
  6. Sauberkeit [Pulizia]
  7. Gute Küche [Buona cucina]
  8. Kontaktmöglichkeiten [Possibilità di intessere contatti]
  9. Keine Sprachprobleme [Assenza di barriere linguistiche]
  10. Stimmiges Preis-Leistungs-Verhältnis [Buon rapporto qualità-prezzo]

Alcuni di questi fattori (paesaggio, clima, buona cucina...) sono quasi completamente al riparo dall'azione dei governi, altri, invece, risentono molto della politica e dell'immagine che di essa si dà. 
Per un turista che dà molta importanza alla sicurezza non è stato certo incoraggiante lo spettacolo di Genova e neppure la dichiarazione dell'ex ministro Lunardi che con la Mafia bisognava conviverci. 
Per chi è interessato al rapporto qualità-prezzo (e pochi popoli lo sono quanto i tedeschi), non ha sicuramente avuto un impatto positivo l'immagine, propagata nei mezzi di comunicazione di ogni ordine e grado, di un'Italia affossata dal debito pubblico, sgridata dall'Europa ad ogni pié sospinto e mandata avanti da mille condoni conditi con la depenalizzazione della frode fiscale.  Chi ancora passava le alpi per trascorrere le vacanze in Italia tornava in Germania raccontando sempre più spesso di ombrelloni pagati a peso d'oro. E spesso in nero.

In quest'ottica, a me sembra non troppo azzardato affermare che la figura di Berlusconi e l'immagine che nel mondo è stata propagata sul suo operato abbiano giocato un ruolo non trascurabile nell'orientare le scelte vacanziere degli stranieri e soprattutto dei tedeschi.

A livello culturale va poi anche registrato che proprio sotto il governo Berlusconi gli istituti di cultura sono passati sotto il controllo diretto del ministero degli affari esteri, trasformandosi in vetrine spesso squallide e ridicole fatte per esporre direttori di terza o quarta mano (il glorioso istituto di cultura di Monaco ne è un esempio troppo tristemente famoso). Inoltre proprio per questi istituti sono stati tagliati i fondi (un confronto tra gli IIC e gli istituti Cervantes spagnoli in giro per il mondo è sufficiente per rendersi conto della banale evidente e imbarazzante differenza tra le due politiche culturali). Se la politica nei confronti delle istituzioni culturali italiane nel mondo non è molto migliorata sotto il governo Prodi, l'immagine del nostro Paese all'estero ha però sensibilmente guadagnato nei venti mesi di governo di centro-sinistra. All'estero, dove i problemi di tasse che affliggono gli italiani sono meno sentiti, è stato apprezzato lo sforzo contro l'evasione fiscale e nella lotta alla criminalità organizzata, è stato salutato positivamente il lavoro svolto in Afganistan e in Libano e non si è mancato di sottolineare i progressi nella lotta al disavanzo pubblico del governo uscente, così come il suo rilanciato impegno europeista. Angela Merkel, non è un segreto, si è trovata molto meglio a lavorare con Prodi che con Berlusconi. E i turisti tedeschi sono tornati.

Non ho dati oltre quelli già citati per dimostrare il fondamento di queste supposizioni e sono pronto alla discussione, con la speranza per il mio Paese che la prossima legislatura dimostri che avevo sbagliato.

lunedì 7 gennaio 2008

Puri Purini sugli Italiani di Germania

L'ambasciatore italiano a Berlino si schiera contro l'articolo dello Spiegel


Buon ultimo, è arrivato anche il nostro ambasciatore in Germania a prendere posizione sulla questione sollevata da un articolo dello Spiegel di cui qui si è già discusso in più post.

In una lettera pubblicata dallo Spiegel l'ambasciatore italiano mandato a Berlino da Ciampi protesta per la generalizzazione effettuata dallo Spiegel. L'ambasciatore afferma:

Was ich dagegen bedauern muss, ist die Art, wie aus einer gravierenden soziologischen und bildungspolitischen Lage Schlussfolgerungen ins Feld der Kriminalität gezogen werden und pauschal darauf hingewiesen wird, dass Menschen, die sich in dieser Lage befinden, besonders anfällig für illegales Verhalten seien.

[Ciò che invece devo deplorare è il modo in cui da una grave situazione sociologica e di politica formativa si traggano conclusioni che portano nel campo della criminalità e si voglia indicare in modo generalistico che persone che si trovano in questa situazione sono particolarmente a rischio di assumere comportamenti illegali]

Puri Purini, che conosce bene la Germania, parla un buon tedesco ed è una persona distinta e intelligente, fa, con questa lettera, quello che uno nel suo ruolo deve fare, ma non aiuta certo la causa

Proprio l'equazione che lui mette in dubbio è invece, tremendamente vera. Come anche le polemiche di questi giorni sulle azioni di giovani criminali mostrano, la biografia di queste persone è sempre uguale, che siano emigranti o tedeschi con tendenze neonazi, tutte queste persone hanno storie di violenza e di fallimenti scolastici alle spalle, di povertà e di mancata integrazione. È quindi purtroppo vero che una situazione critica dal punto di vista sociologico e formativo comporta una probabilità molto più alta di assumere comportamenti criminali e negarlo come fa Puri Purini non è il modo giusto di difendere l'immagine dell'Italia in Germania.

Ho avuto occasione di conoscere personalmente l'ambasciatore e mi ha fatto una bella impressione. Mi è sembrato preparato, colto, attento, disponibile. Temo gli sia mancato però fino ad ora il tempo (o la voglia, perché di tempo in effetti ne ha avuto già abbastanza) per toccare con mano certe realtà di nostri connazionali qui in Germania (gli basterebbe ascoltare i suoi consoli, che fanno un buon lavoro e hanno il polso della situazione) e inoltre credo che sia purtroppo non esente da quella malattia tutta italiana dell'apparenza. In quella che lui ha dichiarato (giustissimamente, non mi stancherò mai di ripeterlo) come una delle priorità del suo mandato e che ricorda anche nella lettera allo Spiegel, ("die mangelhafte Integration junger Italiener im deutschen Bildungssystem" - la scarsa integrazione dei giovani italiani nel sistema scolastico tedesco) ha finora sparso alcune interessanti promesse (potenziamento delle strutture scolastiche bilingui) e presenziato ad alcuni teatrini di buoni sentimenti (ultimo dei quali quello commentato anche da Beda Romano), ma ancora si fatica a vedere un volere politico di cambiare le cose. 

Grazie ambasciatore, ma non serve criticare lo Spiegel (è stato fatto anche qui, ma su altri punti). È come prendersela con il termometro se la febbre è alta. 

Aspettiamo l'aspirina.

venerdì 14 dicembre 2007

Plätzchen backen

Plätzchen backen, una tradizione del Natale tedesco

Arriva il Natale e la parola d'ordine è Plätzchen backen! Quando lo racconto ai miei amici provo a tradurre: preparare e cuocere al forno i biscottini per il Natale. Chi non è digiuno di Germania si farà una grossa risata a questa traduzione, chi di Krukkonia ne mastica poca alzerà le spalle e penserà: "E che mi frega?"


Plätzchen backen è un mondo che la prosa non può descrivere e allora io ci provo con la poesia, scusandomi con il poeta per la blasfemia...

Plätzchen backen

Si fa, come d'inverno
nella mia terra i cappelletti


E chi non ha mai vissuto un'infanzia a piegare cappelletti con la nonna alzerà le spalle e dirà "E che mi frega?"


(Foto: Nordevent)

mercoledì 12 dicembre 2007

Mafia in Germania

Qualche riflessione a margine dell'articolo pubblicato dallo Spiegel


Le righe che seguono erano nate come un "commento al commento" che Gennaro aveva lasciato al mio post di domenica scorsa, poi però le righe hanno acquistato sempre più sostanza e allora ho deciso di spostarle in un post normale.


Caro Gennaro,

io nel frattempo ho letto l'articolo.

Premetto velocemente:


  • Negli anni la mia stima per lo Spiegel è abbastanza diminuita;
  • Sono convintoo che lo Spiegel rimaga comunque un mezzo importante di comunicazione e di formazione dell'opinione pubblica;

Ciò premesso devo dire che la mia reazione all'articolo è stata doppia: da una parte condivido molto di quello che si dice. L'articolo riprende anche molti degli argomenti che citi tu: livello di disoccupazione e di scolarizzazione degli italiani di seconda e terza generazione in primis (proprio pochi giorni fa se ne discuteva animatamente in calce ad un post di Beda Romano). Gli autori fanno vedere che dietro la presunta perfetta integrazione in realtà ci sono grossi problemi e accusano anche chiaramente le autorità tedesche di aver chiuso per troppo tempo gli occhi anche di fronte ai ripetuti avvetimenti da parte italiana. L'articolo accenna una velata critica anche alle autorità consolari italiane, che, però a mio parere, più che essere colpevoli di voler ignorare i problemi, sono colpevoli di combatterli con mezzi assolutamente inadeguati e completamente antiquati. Se anche tu, come credo, hai un minimo di esperienza di consolati italiani qui in Germania, non potrai che darmi ragione: pochissimi soldi e spesi più per conservare sacche di tradizioni e isolamento piuttosto che per promuovere l'integrazione.


I Gastarbeiter: la prima generazione

Su questi italiani punta il dito l'articolo e su di loro vorrei provare a ragionare.

Che piaccia o meno l'italia di molti di questi immigrati in Germania di prima generazione è un Paese che non esiste più da decenni. È un Paese trasfigurato e inchiodato allo stato di sviluppo del giorno in cui i nostri connazionali hanno varcato il Brennero. Sono tanti (tantissimi) quelli che anche dopo trent'anni di permanenza (alcuni 50) non parlano il tedesco neanche ad un livello elementare. Sono tanti (tantissimi) quelli che si massacrano ogni giorno con il sogno dichiarato di tornare in Italia a godersi la pensione. Sono tanti (tantissimi) quelli che non possono permettersi di tornare frequentemente in Italia, di leggere i giornali, di guardare la tv. Il risultato - e lo dico, credimi, con grandissimo dispiacere - è che di quella generazione di disadattati. Gente che non riesce a stare bene qui in Germania e che domani, arrivati all'agognata pensione, non staranno bene in Italia, perché scopriranno e vivranno come uno shock culturale che quel paese che avevano lasciato trenta o quarant'anni fa non esiste più, che la gente è cambiata, che la Loren e la Lollobrigida non se le fila più nessuno... Anche di questo parla l'articolo: di una precarietà dell'emigrazione. Gli italiani che sono venuti qui come Gastarbeiter sono venuti per tornare indietro prima possibile e con questa convinzione hanno educato i loro figli. E mentre scrivo queste cose mi vengono in mente nomi, volti, indirizzi, storie, lacrime...


Due generalizzazioni ingiuste

Come ho detto, però, l'articolo mi ha lasciato un'impressione divisa, infatti mi sembra che esso generalizzi troppo almeno su due punti. Il primo è quando afferma che le famiglie degli emigrati del Sud italia, provenendo da una realtà che è così (l'articolo non lascia spazio ad interpretazioni), hanno ricreato qui strutture parasociali che hanno rappresentato un terreno ideale per la crescita di attività di stampo mafioso. In una frase si bolla un'intera macroregione come mafiosa. Si ignorano i progressi della lotta alla criminalità organizzata (e fissarsi qui sull'uso generalizzato del termine Mafia è, credo, questione di lana caprina che lascia il tempo che trova). Si ignorano, dicevo i progressi della lotta contro la criminalità organizzata soprattutto quelli della gente comune. La rivolta coraggiosa dei ragazzi di Locri, i movimenti del No al pizzo, la lotta di tanti sacerdoti, sindacalisti e anche qualche politico, la sfacciataggine di Saviano, 28 anni scagliati con incoscienza e rabbia contro i casalesi... Si ignora la situazione della Basilicata, non certo un'isola felice, ma un esempio che - a fatica certo - si può fare della strada anche in altro modo. L'equazione dello Spiegel è perciò a mio parere troppo billig: il Sud d'italia è mafioso e gli emigranti italiani in Germania provenienti dal Sud di conseguenza hanno una sorta di predisposizione genetica alla mafia.

Un secondo punto su cui non sono d'accordo è la mancanza di iniziativa che l'articolo imputa a questi nostri connazionali. Li accusa di non aver avuto iniziativa e ambizione né per sé, né per i propri figli, misconoscendo in questo modo lo sforzo enorme che quella generazione ha fatto lasciando il proprio paese senza sapere nulla di quello che li aspettava, senza conoscere la lingua del paese che li avrebbe ospitati e riducendo anche il ruolo che hanno avuto nello sviluppo della Germania.
Più che mancanza di spirito imprenditoriale credo ci sia la mancanza di cultura. Quella generazione era figlia della fame. era analfabeta in patria e lo è diventata doppiamente qui in Germania. La sua scuola erano state le serate al bar, i racconti degli anziani, le leggende del paese e quindi solo in base a quelle povere e poche coordinate loro potevano indirzzare la propria vita e quella dei loro figli. Questo, inserito in un contesto come quello tedesco, fortemente selettivo già nell'infanzia, è sicuramente stato fatale non solo a loro, ma anche alle generazioni a seguire.


Il ruolo delle associazioni e dello stato italiano

Prima di concludere vorrei toccare ancora due punti. Io non so se effettivamente, come dici tu, qui in Germania la presenza di associazioni di famiglie italiane sia inferiore rispetto agli altri paesi. A me sembra invece che ce ne siano troppe e tutte fatte con lo stesso intento che forse andava bene cinquant'anni fa, ma che oggi produce più danno che altro: quello che un tempo era considerato un aiuto, fatto per sconfiggere la malinconia, la solitudine e i problemi dell'essere emigrante, si è trasformato, in moltissime organizzazioni, in una sorta di corazzata per resistere agli assalti del mondo esterno. Ho avuto il piacere e lo sconforto, quasi due mesi fa, di essere invitato in uno di questi circoli alla presenza di un onorevole del parlamento italiano in visita. Credimi, Gennaro: sembrava di assistere ad un film dove recitavano personaggi del neorealismo. È stato come se qualcuno venisse a farti visita dal passato. Al cinema queste cose diventano commedie, nella nostra vita sono tragedie.

In questo - ecco il secondo punto - io penso che lo Stato Italiano brilli per assenza e ciò nonostante a volte ci faccia il regalo di consoli giovani, competenti e vogliosi di darsi da fare: non c'è un soldo per le infrastrutture, per i computer (sono testimone oculare di PC con Win95, con collegamenti internet via modem a 56K), per sviluppare i contatti con le anagrafi locali, che risolverebbero tanti problemi burocratici, per promuovere una cultura dell'integrazione, per far sentire il peso di quella che è la seconda comunità straniera della Germania. Stendiamo poi un velo pietoso sul lavoro dei cosiddetti Istituti Italiani di Cultura, dove spesso, almeno per quello che riguarda la mia esperienza, ai problemi di cui sopra si aggiunge l'incapacità, l'incompetenza e l'assoluta mancanza di contatto con la realtà delle persone preposte a dirigerli. Ma questa situazione tu la conosci molto meglio di me.

Mi sono accorto di essermi lasciato rpendere un po' la mano e di aver abbandonato presto i fatti per buttarmi sui sentimenti, ma sento molto l'argomento...

Spero di essere riuscito a spiegarmi. Fatemi sapere cosa ne pensate!

domenica 9 dicembre 2007

La Mafia in Germania


Lo Spiegel dedica un lungo articolo alla criminalità organizzata italiana in Germania


Nel numero in edicola domani (lunedì 10 dicembre) dello Spiegel troviamo un lungo articolo dedicato alla mafia italiana in Germania. L'inchiesta del settimanale tedesco cerca di fare luce sulla situazione della criminalità organizzata di origine italiana al nord delle alpi. Ripercorrendo la storia di Tommaso Venturi, uno dei morti della strage di Duisburg della scorsa estate, si cerca di descrivere anche la situazione dei nostri connazionali in questo paese. L'integrazione dei 530000 italiani di Germania con i tedeschi sarebbe generalmente buona, ma, constata lo Spiegel, molti di loro in realtà si rifugiano in una società parallela fatta di legami familiari molto stretti che rappresentano un ottimo terreno per la crescita della criminalità mafiosa anche oltre i confini della Penisola.

venerdì 12 ottobre 2007

Eva Herman: le reazioni

Le vicende della discussa giornalista tedesca scatenano il dibattito


Mentre i mezzi di informazione italiani, guidati dalla nota del TG5, brillano ancora una volta per il modo non proprio edificante in cui svolgono il proprio lavoro e mostrano nel migliore dei casi l'incapacità di chi è preposto a farlo di spiegare qualcosa al proprio pubblico, l'opinione pubblica tedesca si è lasciata andare ad un dibattito molto intenso, ma anche molto interessante.


Un breve riassunto dei fatti


Eva Herman è stata per oltre tre lustri uno dei volti più popolari della televisione pubblica tedesca. Il suo volto, inoltre, è legato al Tagesschau, il principale telegiornale della nazione e quindi in un certo senso alla persona si tendono ad associare le caratteristiche che si riconoscono nella trasmissione di cui fa parte, che nel caso della Tagesschau sono sicuramente la serietà, la ricerca di obiettività e il rifiuto deciso di qualsiasi concessione alla leggerezza o ai pettegolezzi.


Da ormai alcuni mesi però, la signora Herman è balzata agli onori delle cronache per una serie di dichiarazioni che hanno dato di lei un'immagine assolutamente contrastante con quella che il pubblico tedesco si era fatta negli anni. Eva Herman si è inserita (o ha contribuito a scatenare) la polemica sugli aiuti per l'educazione dei figli in tenerissima età. Ha difeso posizioni a volte ultraconservatrici, propugnando un modello di famiglia presessantottino, con una divisione chiara dei ruoli all'interno del nucleo familiare: l'uomo al lavoro, la donna in casa. E ha cominciato una seconda carriera come pubblicista e saggista, riuscendo subito a raggiungere notevoli successi di vendite per i suoi libri.


Le critiche nei suoi confronti si sono fatte sempre più pesanti e pressanti e la frase che ho riportato nel post precedente sembra essere stata la causa ufficiale del licenziamento che l'ha allontanata alcune settimane fa dalla televisione pubblica con l'accusa, più o meno apertamente formulata, di apologia del nazismo.


Che se ne parli bene o se ne parli male, l'importante è che se ne parli e la bufera scatenata dal caso ha contribuito senza dubbio a far salire le vendite de Il principio arca di Noé, il suo ultimo libro (il cui sottotitolo è "Perché dobbiamo salvare la famiglia").
Alcuni giorni fa la signora Herman è stata ospite di Johannes B. Kerner, il Talkshow del secondo canale della televisione pubblica tedesca, la ZDF. Kerner, il giornalista che dà il nome al Talkshow, uno dei più importanti e prestigiosi della Germania, aveva oltre alla signora Herman altri 4 ospiti: il comico Mario Barth, l'attrice Senta Berger, la presentatrice Margarethe Schreinemakers e il professor Wolfgang Wippermann, docente di storia contemporanea presso la libera università di Berlino.

Il tema della serata avrebbe dovuto essere, stando alla presentazione che ha fatto lo stesso Kerner, la divisione dei ruoli nella società tra uomo e donna, invece fin da subito si è trasformato in un processo a Eva Herman, una specie di "tutti contro uno". Alla signora Herman non è stata data la possibilità di spiegare le sue idee, ma solo quella di ritrattare, di ammettere che aveva sbagliato a pronunciare la frase incriminata. Poiché la signora Herman ha difeso la sua posizione continuando a dirsi vittima di una campagna di diffamazione portata avanti dall'intera opinione pubblica, Kerner ha deciso di pregare la sua ospite di lasciare lo studio.


Le reazioni dell'opinione pubblica e del mondo dei blog


Il Rauswurf [la cacciata] ha trovato posto naturalmente in tutti i giornali e in tantissime trasmissioni televisive. Se la ZDF sembra essersi trincerata dietro una difesa compatta del comportamento di Kerner, i commenti della stampa sono più differenziati. Il Tagesspiegel, giornale di tendenze progressiste della capitale, critica apertamente il comportamento di Kerner:

Sobald rechte Argumente ausgesprochen werden, versagt das öffentlich-rechtliche Fernsehen komplett. Es tut so, als könne man über rechte, tatsächlich oder vermeintlich nazinahe Thesen nicht diskutieren [...] Was Kerner mit Herman veranstaltete, war keine Diskussion, sondern eine Hexenverbrennung, bei der Kerner sich selber auf billigstmögliche Weise zum Gottkönig der politischen Korrektheit zu stilisieren versuchte.

[Il servizio televisivo pubblico fallisce non appena si pronunciano tesi di destra. Esso si comporta come se fosse effettivamente possibile non discutere su tesi di destra, siano esse effettivamente avvicinabili al nazionalismo o meno [...] Ciò che Kerner ha fatto con la Herman non era una discussione, ma un rogo come quelli delle streghe, attraverso il quale lo stesso Kerner ha tentato di profilarsi nel modo più meschino come signore assoluto del politically correct.]

Il giornale conservatore FAZ si mantiene più neutro, concludendo il suo commento con queste parole:

Doch es war ein fragwürdiger Triumph des Moderators über eine angeschlagene Gegnerin, die nicht klug genug war, sich diesen Auftritt zu ersparen. Ob gewollt oder nicht: Spätestens jetzt ist Eva Herman zur Märtyerin all jener geworden, die überzeugt davon sind, dass es in diesem Land kein Recht auf freie Rede gebe.

[Ma è stato un successo discutibile di un presentatore contro un'avversaria già indebolita, che non è stata abbastanza smaliziata da capire che era meglio risparmiarsi questo incontro. Che fosse voluto o meno, al più tardi a partire da ora Eva Herman è diventata la martire di tutti quelli che sono convinti che in questo Paese non ci sia libertà di parola.]

In questa citazione della Frankfurter Allgemeine Zeitung l'autore dell'articolo usa una forma verbale [gebe] che denota il suo voler prendere distanza da questa affermazione e quindi il non essere sostanzialmente d'accordo con quanti sostengono la tesi della mancanza di libertà di parola. Egli riconosce però al tempo stesso che questo episodio ha fornito ai sostenitori di questa posizione un argomento inconfutabile a loro favore.

Sulla stessa lunghezza d'onda si rivela anche Andreas Zielcke per la Süddeutsche Zeitung:

Der Eklat, den Eva Hermans Rauswurf aus der Sendung darstellt, ist entgegen dem ersten Anschein kein Eklat, der ihr allein in die Schuhe zu schieben ist, es ist ein Debakel des Moderators und seiner weiteren Gäste. Er ist vor allem symptomatisch für das Unvermögen zum öffentlichen Streit, wenn es um das deutsche Tabu geht.

[Lo scandalo rappresentato dalla cacciata di Eva Herman dalla trasmissione, si rivela, contrariamente a quanto sembrava ad una prima occhiata, non essere affatto uno scandalo di cui lei sola porta la responsabilità: è una debacle del presentatore e dei sui altri ospiti. E diviene soprattutto sintomatico dell'incapacità di lasciarsi andare ad un pubblico dibattito quando si tratta del tabù [della storia] tedesca.]


Ad una veloce occhiata la blogosfera italiana si dimostra più informata e più obiettiva nel suo giudizio sulla Herman di quanto lo sia la stampa italiana. Senza la pretesa di esaustività e men che meno di rappresentatività, vorrei però elencare alcuni post sull'argomento, come quell,o a mio parere, intelligente di Sandro su BigBlog e quelli, sempre a mio parere, più discutibili
di Catastrofe che riporta un virgolettato errato, di
Globali che, nonostante le buone intenzioni, riporta virgolettati sbagliati e credo che dimostri di non aver visto veramente la trasmissione, o i tanti, come Io volevo l'araba felice, che hanno semplicemente riportato l'articolo di Taino sul corriere della sera


Ricordo una frase del mio libro di storia delle medie (penso che fosse di Voltaire): non condivido ciò che dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo.

Credo che la democrazia tedesca sia matura e sicura abbastanza per potersi permettere di ragionare così.

giovedì 11 ottobre 2007

Eva Herman: è cosi difficile discutere delle sue idee?

Ex giornalista della televisione pubblica accusata di difendere posizioni naziste


Molta stampa italiana ha ripreso il caso di Eva Herman, ex giornalista di punta del primo canale della televisione pubblica licenziata dal proprio datore di lavoro in seguito ad una dichiarazione rilasciata dalla Herman ad Amburgo in occasione di una presentazione del suo ultimo libro:

Wir müssen den Familien Entlastung und nicht Belastung zumuten und müssen auch eine Gerechtigkeit schaffen zwischen kinderlosen und kinderreichen Familien. Und wir müssen vor allem das Bild der Mutter in Deutschland auch wieder wertschätzen lernen, das leider ja mit dem Nationalsozialismus und der darauf folgenden 68er-Bewegung abgeschafft wurde. Mit den 68ern wurde damals praktisch alles das, alles, was wir an Werten hatten, es war eine grausame Zeit, das war ein völlig durchgeknallter, hochgefährlicher Politiker, der das deutsche Volk ins Verderben geführt hat, das wissen wir alle, es ist damals eben auch das, was gut war, und das sind Werte, das sind Kinder, das sind Mütter, das sind Familien, das ist Zusammenhalt - das wurde abgeschafft.

[Fonte: Welt.de]

[Dobbiamo aiutare le famiglie e non caricarle ulteriormente e dobbiamo creare giustizia tra le famiglie ricche di bambini e quelle che di bambini non ne hanno. E soprattutto dobbiamo imparare a restituire valore alla figura della madre, una figura che purtroppo con il nazionalsocialismo e con il seguente movimento del '68 è stata cancellata. Con il '68 è stato [cancellato] praticamente tutto, tutti quelli che erano i nostri valori. [Il nazionalsocialismo] è stato un periodo orribile, c'era un politico [Hitler] completamente pazzo e pericolosissimo che ha condotto il popolo tedesco alla perdizione, questo lo sappiamo tutti. [E] in quel periodo [il '68] è stato cancellato anche quello che [del nazionalsocialismo] era buono. E parlo di valori, di bambini, di madri, di famiglie, di coesione familiare.]


La citazione è da un discorso a braccio, ha quindi alcune incongruenze sintattiche, ma credo di essere riuscito, nella traduzione, a restituire il senso originale. Al momento non ho tempo di commentare, ma ci tenevo a fornire materiale originale per la discussione.

lunedì 1 ottobre 2007

Gabriele Pauli e Klaus Wowereit: il pettegolezzo entra in politica

[Seconda parte]

Klaus Wowereit prossimo candidato SPD per il posto di cancelliere?


Anche se un po' in ritardo riprendo il discorso iniziato nell'ultimo post sul pettegolezzo come arma politica in Germania. Dopo aver parlato di Gabriele Pauli, che ha saputo sfruttare al meglio le occasioni offertele dalla campagna elettorale per l'elezione del nuovo segretario generale della CSU, vediamo ora la figura di Klaus Wowereit, sindaco in carica di Berlino, che alcuni giorni fa era finito sui giornali per aver dichiarato che la Germania è ormai pronta per un cancelliere omosessuale.


Chi è Klaus Wowereit?


Klaus Wowereit (SPD), sindaco in carica di Berlino (Immagine di Wikipedia)

Klaus Wowereit è nato a Berlino nel 1953. Dopo gli studi in giurisprudenza presso la Freie Universität di Berlino si è dedicato sempre più intensamente all'attività politica, che lo occupava già dalla giovinezza. Nel 2001, dopo una veloce e brillante carriera, è diventato sindaco di Berlino, carica che ricopre tutt'ora. Dal 1993 è legato sentimentalmente al neurochirurgo Jörn Kubicki, di dodici anni più giovane di lui.


È stato proprio durante la campagna elettorale del 2001 che Wowereit ha scelto di fare outing, dichiarando la propria omosessualità con una frase da allora citata molto spesso:

Ich bin schwul – und das ist auch gut so!
[Sono omosessuale - ed è bene che sia così!]

Da quel momento è cominciata l'ascesa di Wowereit sulla scena politica nazionale, un'ascesa contrassegnata da un quasi proverbiale presenzialismo a feste, inaugurazioni, occasioni mondane (con addirittura due comparse nel ruolo di se stesso in una serie televisiva e in un film), mostre e fiere. Nel 2006 ha poi annunciato ufficialmente di voler aspirare ad un ruolo di peso nella politica nazionale.


La lunga rincorsa

Alla luce di quanto appena detto non stupisce quindi l'uscita di Wowereit ripresa dai media secondo cui la Germania sarebbe pronta per un cancelliere omosessuale, dichiarazione che equivale a presentare la propria candidatura per il ruolo di capo del governo alle prossime elezioni politiche. Sul modo e sui tempi di questa autocandidatura si lasciano trarre, a mio avviso, alcune conclusioni:


  • Wowereit ha saputo usare la propria omosessualità ancora una volta a suo favore. Nel 2001, quando dichiarò le proprie tendenze apertamente, riuscì in questo modo a togliere all'opposizione un possibile argomento di discredito. Oggi usa la sua omosessualità come messaggio positivo. Agendo in questo modo egli sembra inoltre suggerire al subconscio del lettore che un voto contro di lui sarebbe una sorta di voto contro il progresso e lo stato di giusta tolleranza verso la comunità gay raggiunto in questi ultimi anni in Germania.
  • Usando questo argomento, Wowereit tenta di sganciare il giudizio su di lui da criteri essenzialmente politici, per portare il confronto elettorale su un piano più umano, a lui certamente più congeniale. Come sindaco di Berlino Wowereit può contare su un bilancio pieno di luci e ombre. Da una parte infatti ha restituito alla capitale tedesca una vivacità e un'importanza a livello culturale che non teme confronti con le altre grandi metropoli mondiali, dall'altra ha però ereditato una situazione finanziaria disperata e in oltre sei anni di governo non è riuscito a migliorare di molto lo stato pietoso delle casse municipali. Addirittura Berlino ha tentato (invano) sotto Wowereit di dichiarare bancarotta per potere avere un accesso più ampio a finanziamenti statali.
  • Anche il tempismo con cui Wowereit ha espresso la sua candidatura a cancelliere si rivela ben studiato. Egli cerca infatti di inserirsi nella lotta scoppiata da alcune settimane all'interno del suo partito, la SPD, da tempo in crisi di fiducia e alla ricerca di una leadership in grado di riportarlo ai livelli del 1998. L'attuale segretario del partito, Kurt Beck, è stato più volte accusato di mancanza di polso; il partito soffre la nascita della formazione populistica die Linke, dell'ex socialdemocratico Lafontaine e vive una lacerazione interna fra l'ala sinistra, favorevole ad un ritorno alle radici socialdemocratiche e l'ala più moderata, che ancora si riconosce nella cosiddetta Agenda 2010 (programma di riforma in campo economico e sociale) dell'ex cancelliere Gerhard Schröder.

Il 2007 è l'ultimo anno privo di elezioni a livello regionale. Dal 2008 inizia così la lunga lotta per il miglior posizionamento in vista delle elezioni politiche del 2009. Vediamo fino a che punto arriverà Wowereit.

martedì 24 luglio 2007

Italia e Germania: fine di un amore?

Convegno a Villa Vigoni: rapporti buoni, ma c'è un raffreddamento


Nell'ambito dell'Incontro dei giornalisti italiani e tedeschi - I media e la cultura tenutosi dal 12 al 15 luglio scorsi a Villa Vigoni, il centro italo-tedesco ospitato in una stupenda villa sulle rive del lago di Como, rappresentanti della stampa italiana e tedesca hanno discusso sullo stato dei rapporti tra l'Italia e la Germania non solo dal punto di vista economico e politico, ma anche a livello di presenza nei media.


Italia e Germania: il rapporto economico

Il rapporto tra i due paesi è cambiato innanzitutto dal punto di vista economico. Esso rimane imprtante, ma mostra segni di asimmetria crescente. La Germania rimane il partner commerciale più importante per l'Italia, mentre l'Italia scende nella scala dei paesi che fanno più affari con la Germania, dalla quarta posizione (nel 2004) alla sesta posizione al giorno d'oggi. Stando a quanto riporta la confederazione dell'industria alimentare tedesca, nel 2006 la Germania ha esportato in Italia merci per un valore complessivo di 59,8 miliardi di euro. La suddivisione delle merci per tipologia vede al primo posto il settore automobilistico; a seguire i settori meccanico, elettronico e chimico. In quinta posizione il settore alimentare.

Dall'Italia verso la Germania, nello stesso anno, sono uscite merci per un valore di poco inferiore ai 40 miliardi di euro, con una suddivisione per settori simile a quella appena accennata per la Germania. I tedeschi sono inoltre il settimo paese per investimenti in Italia (Fonte: ministero degli esteri tedesco).


Italia e Germania: il rapporto politico

Dal punto di vista politico, a parte le dichiarazioni di circostanza delle autorità ( Valerio de Parolis, intervenuto all'incontro di Villa Vigoni in rappresentanza del ministero degli Affari Esteri, ha affermato che "non è possibile parlare di raffreddamento tra i due Paesi". Italia e Germania "sono molto vicine in politica europea e stanno rafforzando la componente economica" [fonte: Alice News]), si può veramente affermare che dopo la fine del governo Berlusconi i rapporti si sono intensificati. Soprattutto in politica estera e sul tema dell'unificazione europea l'Italia e la Germania hanno idee e obiettivi molto simili. Stefan Ullrich, corrispondente dall'Italia per la Süddeutsche Zeitung, afferma che in questo momento a Roma c'è il governo più filogermanico di sempre, cosa che non stupisce, vista l'ammirazione che Romano Prodi ha sempre avuto per il sistema tedesco.


Italia e Germania nei media

Sesul piano politico politico il rapporto sembra essersi risvegliato, è però nella rappresentazione nei media e nella percezione della gente comune che il lungo amore tra Italia e Germania sembra essersi assopito. A livello generale credo si possano distiguere chiaramente alcuni punti che contraddistinguono i media e di riflesso l'immagine che un popolo ha dell'altro. Sia in Italia sia in Germania si assiste ad un disinteresse più marcato per i temi cosiddetti "importanti". Spesso le notizie dell'altro paese che vengono presentate sono scelte per catturare l'attenzione e finiscono così spesso per riprendere (e rafforzare) vecchi pregiudizi. Inoltre, come lamenta Heinz Joachim Fischer, corrispondente dall'Italia per la Frankfurter Allgemeine Zeitung, voce importante di uno dei giornali più prestigiosi della Germania, per il popolo tedesco l'Italia e gli italiani hanno perso l'appeal che avevano una volta.


In un incontro tenutosi a metà maggio di quest'anno a Trento alla Fondazione Bruno Kessler, si è ceracto di analizzare proprio il perché di un lento ma progressivo indebolimento del rapporto tra Italia e Germania. La colpa sembra ricadere prevalentemente sul nostro Paese, incapace di modernizzarsi, di reinventarsi e di presentarsi preparato alle sfide del mondo moderno. Un articolo di Giampaolo Visetti per Repubblica riporato da Blogosfere riassume così lo stato delle cose:

La Germania ha capito che è inutile perdere tempo con l'Italia. Alla fine degli anni Ottanta, Roma non ha compreso il significato della disintegrazione sovietica e ha perso il treno della riunificazione tedesca. Con l'era di Berlusconi, Fini e Bossi, i sepolti stereotipi antiitaliani sono riesplosi nella nuova repubblica di Berlino. Ma se oggi si parla meno di Italia in Germania, non è causa dell'opzione americana del quinquennio forzista: è perchè, dell'Italia, si parla sempre meno in tutto il mondo.


Copertina del settimanale Spiegel del luglio 1976

A livello culturale la presenza dell'Italia in Germania sembra accusare colpi rispetto, ad esempio, a quella spagnola, trainata dal grande fascino dell'America Latina e da una politica culturale accorta e ben finanziata da parte di Madrid (chi ha visto un Istituto Cervantes sa di cosa parlo). L'immagine dell'italiano e dell'italianità in Germania sta tornando ad essere quella di 30 anni fa (proprio oggi è il trentennale della famosa copertina dello Spiegel, con una pistola a condire un piatto di spaghetti): l'articolo razzista di Achilles sullo Spiegel dello scorso anno in occasione dei mondiali (articolo non più disponibile online, che accusava gli italiani di essere parassiti. Una versione in pdf è disponibile nel blog di Gennaro Sposato) è sintomo di un modo di vedere mutato a livello generale. I tedeschi sono diffidenti nei confronti degli italiani e non credo sia un caso se hanno tradotto il titolo del film di Moretti Il Caimano, in uscita in questi giorni nelle sale tedesche, in "Der Italiener".


Più che una traduzione, un giudizio morale.